10 dicembre 1964. A Oslo Martin Luther King, il pastore battista leader della lotta non-violenta per l’emancipazione dei negri d’America, vince il Nobel per la pace. Un riconoscimento ai risultati ottenuti grazie alla sua fede e alla sua caparbia passione civile-razziale, ma per King e per il Congresso dei Leader Cristiani degli Stati Uniti, il movimento da lui capeggiato, il cammino non è certo finito.
Anzi, si può dire che è appena cominciato. Dopo Annyston, Albany, Birmingham, Washington e St. Augustine all’orizzonte del reverendo si profila la tappa più difficile: è Selma, ancora una volta in Alabama, lì dove tutto ha avuto inizio. La città, situata nella contea di Dallas (da non confondere con l’omonima città del Texas), rappresenta per King e per i suoi seguaci il primo test per valutare quante e quanto grandi possano essere le resistenze alla sua riforma di voto, pensata naturalmente per rafforzare la partecipazione politica dei neri.
A Selma il movimento di King si congiunge con un locale gruppo studentesco, che ha preparato la strada al reverendo.
Di certo non ci si aspettano fiori o premi da parte delle retrive autorità bianche: da quelle parti satrapo assoluto è un certo sceriffo Jim Clark, segregazionista irriducibile, appoggiato dal governatore, il democratico George Wallace. King ha invece dalla sua, per quel che vale, una sintonia di fondo col presidente in persona, Johnson, che da un lato comprende le ragioni dell’attivista, dall’altro deve bilanciare la comprensione (e gli impulsi aperturisti) con la ragion di stato. Questo suo atteggiamento – questo suo stato d’animo – Johnson lo ha fatto ben capire a King durante uno dei loro incontri privati alla Casa Bianca: c’è l’attivista che ha una questione per cui lottare, e c’è il presidente che ne ha centouno da risolvere. In pratica, dunque, il leader afro-gandhiano la sua causa dovrà portarla avanti senza contare su alcun santo in paradiso: e di sicuro non perde tempo. Non fa in tempo a tornare da Oslo, onusto di onori, che già il 17 dicembre cura i preparativi per la grande manifestazione che si terrà, appunto, a Selma.
Il 2 gennaio 1965 King è già lì. Lo raggiunge presto anche Malcolm X, l’anti-King, il profeta dell’emancipazione afro-americana attraverso la lotta e i metodi para-terroristici: ma Selma sembra essere terreno di dialogo, di intesa, e Malcolm X il 5 febbraio manifesta al reverendo l’intenzione di ammorbidire le sue posizioni, di cercare uno storico compromesso con quelle di King. Forse è anche per questo che Selma sarà per lui la città fatale: a New York, pochi giorni il suo ritorno da Selma, egli verrà assassinato. Alla fine di quello stesso febbraio.
Sarà Selma fatale anche per King? Il destino vuole che non sia così, ma di sicuro sarà lotta vera, più dura di quella già sperimentata altrove. Abituati come sono ai placcaggi da rugby della polizia, il reverendo e i suoi, stretti nelle consuete falangi della non-violenza, mano nella mano, non indietreggiano di fronte agli sfollagente della polizia che sbarra loro la strada del tribunale. Si fanno arrestare, come già successo infinite volte, per poi tornare, prontissimi, alla pugna, una volta liberati.
Già sanno che ben altre barricate dovranno ergersi contro di loro, lungo una ben più ambiziosa via, quella verso Montgomery, la capitale dello Stato. Ma dovrà esserci la Domenica del Sangue (il Bloody Sunday) del 7 marzo, dovrà esserci l‘uccisione a freddo del giovane Jimmy Lee Jackson e lo sdegno del mondo intero e poi il pronunciamento sfavorevole di un giudice prima che quella lunga marcia possa alfine partire, l’11.
Una marcia, destinata a vedere il traguardo prima ancora di arrivarci fisicamente: King e i suoi, infatti, sono ancora in cammino quando , il 15 marzo Johnson anticipa l’approvazione della legge sul voto per i neri (Voting Rights Act), destinata a entrare in vigore a tutti gli effetti in agosto. Anche il presidente, come Malcolm X, si è convertito sulla via di Selma, e tra King e Wallace ha scelto il primo. Per il reverendo e il suo popolo la traversata nel deserto dura fino al 25 marzo. A Montgomery, la “città promessa”, King sarà costretto a fare come Colombo sulla Santa Maria o come Mosè ai piedi del Sinai. “Quando vedremo la vittoria?”, gli chiedono i suoi. “Fra non molto”, risponde lui, e sarà buon profeta.
Quella vittoria partita da Selma sarà l’ultima vera grande vittoria di King. Dopo ci saranno altri anni di uguale impegno e missione ma molto più convulsi, assai più agitati; il tragico finale della vita e dell’opera del grande Gandhi nero. Ma questa è un’altra storia. Selma – La strada per la libertà si ferma alle porte di Montgomery. Il bel film di Ava Du Vernay ha un pregio simile a quello del Giovane favoloso di Martone: quello di far presentire il dolore che sarà, ma fermandosi educatamente – rispettosamente – alle soglie. Nel cast spiccano, oltre al protagonista, David Oyelowo (King), Tim Roth (il governatore Wallace), Tom Wilkinson (il presidente Johnson), Oprah Winfrey (che figura anche tra i produttori, insieme a Brad Pitt), Tim Roth e un’intensa Carmen Ejogo (la moglie di King, Coretta, tra l’altro depositaria delle ultime parole di Malcolm X).
Grande mattatore alla cerimonia 2015 della National Association for the Advancement of Colored People (gli Oscar neri), tra Oscar e Golden Globe Selma (che, ricordiamo, è uscito negli Usa alla fine del 2014) ha poi fatto una scorpacciata di nomination, ma ha raccolto meno di quanto meritasse. Alla fine a dargli lustro è stato il tema canoro, Glory, cantato da John Legend e Lonnie Lynn (anche noto come Common).