Dottor Spock, l’emozione di un addio

Ripercorriamo la carriera del grande Nimoy

Gianluca Vivacqua
28/02/2015
Musica e spettacolo
Condividi su:

Anche gli extraterrestri muoiono. Specie se sono extraterrestri a metà. Leonard Nimoy, l’immortale dottor Spock della prima serie di Star Treck (1966-69),  si è spento il 27 febbraio nella sua casa di Bel Air (Los Angeles) per complicazioni polmonari, come ha dichiarato la moglie Susan Bay. L'attore avrebbe compiuto ottantaquattro anni fra poco meno di un mese. Il suo volto passerà alla storia per quella commistione tra tratti alieni e tratti umani, in particolare per le orecchie appuntite. Ma nella vita fuori dal set Nimoy di alieno non aveva nulla, a meno che non si voglia sottilizzare sulla sua infanzia da ebreo a Boston: di certo però anche lui, come tanti altri altri suoi “confratelli”, nella società americana aveva finito con l’iintegrarsi a meraviglia.

Enfant prodige del palcoscenico, Nimoy debuttò come attore a soli otto anni. Seguì una pausa per perfezionare gli studi, e poi l’approdo sul piccolo schermo, dove si specializzò in b-movies e b-series, soprattutto di genere fantastico e  fantascientifico, probabilmente il suo destino e la sua vocazione artistiche. Da Zombies of the Stratosphere  a Ai confini della realtà, fino a Star Treck, e al personaggio che gli avrebbe dato un’immortale popolarità, oltre che tre Emmy Awards.

Sceso dall’Enterprise, nei decenni successivi Nimoy prova a tornare sulla terra  con ruoli umani tra serie televisive come Mission Impossible (al posto di Martin Landau), cinema d’azione, drammatico e western, e anche parecchio teatro di ottima qualità, ma il richiamo del fanta-avventuroso non lo abbandona mai (In search of..., una serie sul paranormale, e poi il film L’invasione degli ultracorpi: entrambi questi impegni sono datati fine anni ’70). E poi, restava sempre lui, il dottor Spock, da continuare a far rivivere a beneficio del pubblico che non aveva dimenticato: tra gli ’80 e i ’90 a Nimoy tocca riappuntire le orecchie almeno altre nove volte, e stavolta anche per il grande schermo. Ripetersi nel medesimo personaggio, una delizia e al contempo una tortura per un uomo  profondamente poliedrico com’era Nimoy, scrittore, poeta, musicista e fotografo oltre che attore: insomma, vulcanico più che vulcaniano.

Leggi altre notizie su Notizie Nazionali
Condividi su: