Da una parte c’è un Putin sempre più inflessibile e irritato, dall’altro una Ue che dà segni di ammorbidimento. Il 9 febbraio, aspettando il vertice di Minsk (previsto per l’11), ennesima tappa di un percorso diplomatico sull’Ucraina sempre più in salita, l’Unione ha deciso di congelare le nuove sanzioni già pronte sul tavolo ai danni di altri diciannove soggetti fisici, autorità politico-finanziarie russe e dell’Ucraina filo-russa, e altre nove aziende. Tutto dipenderà dall’andamento del vertice di metà settimana, dunque, come ha lasciato apertamente intendere il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, dichiarando che “l’applicazione delle nuove misure punitive sarà decisa, non prima dell’inizio della prossima settimana, in base alla situazione venuta nel frattempo a determinarsi sul terreno”. Fabius, però, si iscrive al partito di coloro che si professano dubbiosi circa il fatto che il vertice di Minsk, alla fine, si terrà davvero: in effetti l’umore manifestato da Putin nelle ultime ore sembra alimentare queste incertezze.
Innanzitutto il presidente russo sembra voler darci un taglio al discorso che la questione ucraina “è tutta colpa del Cremlino”: egli è convinto, semmai, come ha dichiarato in un’intervista alla tv egiziana al Ahram, che l’insorgere dell’attuale, drammatico quadro conflittuale in quella zona sia solo e soltanto responsabilità “degli Usa e dei loro alleati occidentali, che, da vincitori della guerra fredda quali si ritengono, pretendono di espandere dappertutto la loro volontà”. Ciò che è davvero preoccupante, a detta di Putin, è la “militarizzazione sempre più ampia dell’Ucraina, sostenuta da fondi internazionali”. Quanto ai toni ultimativi usati recentemente dalla Merkel all’indirizzo della Russia il presidente lascia che sia il portavoce, Peskov, a riassumere quello che pensa: “Nessuno può permettersi di parlare di ultimatum”.