Mattarella: ritrovare unità nazionale

Il presidente della Repubblica è arbitro e garante

Gianluca Vivacqua
03/02/2015
Politica
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L’Italia risorgerà, e la sua ciambella di salvataggio è lì, a portata di mano, nella lettera della Costituzione. “Non servono generiche esortazioni a guardare al futuro”. Per Sergio Mattarella esiste un’unità nazionale di tipo geopolitico, che “lega i nostri territori dal Nord al Mezzogiorno”, e un’unità nazionale di  tipo costituzionale, basata sull’uguaglianza di diritti e di opportunità per tutti gli italiani e rappresentata, a livello sentimentale, “dalla somma di attese e aspirazioni dei nostri concittadini”. Questo tipo di unità negli ultimi anni ha rischiato l’erosione a causa della crisi economica, che ha accentuato le disuguaglianze e le ingiustizie sociali. Tocca alle istituzioni, nel rispetto dello spirito autentico della carta costituzionale, recuperare quest’unità “rimuovendo gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza” e rivitalizzando le energie della società, che chiede “trasparenza, partecipazione, semplicità negli adempimenti, coerenza delle decisioni”.
Di due cose è convinto il nuovo presidente, e lo dice con chiarezza nel suo discorso di insediamento tenuto a Montecitorio alle 10.00 di martedì 3 febbraio: “Il volto della Repubblica si vede nella vita di tutti i giorni” e “La Costituzione si vive giorno per giorno”.  Rispettare la Costituzione significa applicarla nel concreto, nella vita di ogni giorno, e il presidente della Repubblica è il supremo garante della sua corretta applicazione nel quotidiano, in nome della giustizia sociale, della parità sessuale, della cultura della pace, del pluralismo dell’informazione, dei valori della Resistenza. Sul piano più strettamente politico, invece, il capo dello stato è, come si dice “con immagine efficace”, un arbitro, che deve essere imparziale (“e lo sarà”, sottolinea Mattarella con diretto riferimento al modo con cui egli stesso interpreterà il ruolo). Il Presidente lascia chiaramente intendere di ripudiare le forzature di tipo interventista provenienti dal Colle, ma anche di biasimare le forzature dell’esecutivo che compromettono, per la necessità di un’azione rapida di governo, lo svolgersi di una normale e corretta dialettica parlamentare (“I giocatori aiutino l’arbitro con la loro correttezza”).
L’ultima parte del  messaggio alle Camere riunite Mattarella lo dedica a mafia e  terrorismo. Quanto alla prima, pur toccando corde personali molto delicate, egli è inequivocabile come negli altri suoi passaggi: la lotta alla mafia, fenomeno che si sta estendendo anche in aree geografiche “storicamente immuni da essa”, non si può disgiungere da quella alla corruzione, il cancro che “favorisce le consorterie, erode risorse destinate ai cittadini e inquina l’esplicazione delle corrette regole di mercato”, e ai corrotti, “uomini di buone maniere ma di cattive abitudini” (prende a prestito una definizione di papa Francesco). Per combattere questa  lotta serve una “moltitudine di uomini onesti”, e una classe dirigente “capace di compiere il proprio dovere”. Contro il terrorismo, e in primis, naturalmente, quello di matrice islamica, occorre invece “una risposta globale”, da concordare e condividere col resto dell’Europa, che, nella sua visione, in attesa che essa compia la propria unità politica, deve funzionare nell’immediato come baluardo di democrazia e sicurezza per tutti i Paesi che ne fanno parte. Tra i caduti per la mafia Mattarella cita, applauditissimo come lo è stato più volte nel corso del suo intervento, due esempi di eroi, Falcone e Borsellino; tra le vittime del terrorismo, invece – e questa è la riprova che egli si riferiva sostanzialmente a quello di tipo estremistico-religioso, e non a quello politico-ideologico degli anni ’70, tutto interno alla storia italiana -, ricorda un esempio di vittima innocente, Stefano Tachè, un bambino di due anni della comunità ebraica romana morto nell’attentato alla Sinagoga della capitale compiuto nell’ottobre del 1982 da un commando palestinese.
L’ultima standing ovation Mattarella la strappa al suo uditorio facendo i nomi dei marò Latorre e Girone: lo scorso dicembre il suo predecessore, Napolitano, fu rimproverato da alcune parti politiche di aver taciuto, nel discorso di fine anno, sulla questione dei due fucilieri ancora bloccati in India. Chi ne ha raccolto il testimone si è subito incaricato di rimediare alla lacuna.

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