Non si è ancora del tutto concluso lo scrutinio delle schede, ma, prendendo atto dei risultati già abbastanza delineati, venerdì 9 gennaio il presidente singalese uscente, Mahinda Rajapaksa, anziché imbarcarsi in sterili battaglie e inutili ricorsi, ha telefonato allo sfidante, Maithripala Sirisena, per congratularsi con lui di una vittoria più che certa. A meno di sorprese, infatti, Sirisena, forte di un 53% delle preferenze, frutto di un bottino personale di due milioni e trecentonovantaseimila suffragi, diventerà il nuovo capo dello Stato dello Sri Lanka. Rajapaksa, non c’erano dubbi, è stato uno sfidante tutt’altro che morbido: i suoi bravi duemilioni e cinquantatremila voti (pari al 45% dei consensi) li ha raggranellati, ma è evidente che il vento è cambiato.
In sella dal 2005 dopo una breve esperienza da premier, vincitore incontrastato delle presidenziali di quell’anno e poi di quelle successive, datate 2010, l’avvocato Rajapaksa non ha perso tempo: gli è bastato constatare il netto vantaggio accumulato dal suo avversario dopo lo scrutinio di soli ottantaquattro seggi sui duecentocinque totali per gettare ufficialmente la spugna. “Davide” Sirisena ha provato a sbarrare la strada al “Golia” campione dell’Alleanza della libertà del Popolo Unito, in cerca del terzo mandato consecutivo, e ci è riuscito. Ora il futuro di Ceylon è nelle mani di questo ex ministro della Salute, classe ’51, più giovane di sei anni rispetto al suo sfidante, ormai ex deus ex machina della politica singalese.