Dal 1953, l’anno in cui si concluse il conflitto che ribadì per sempre la divisione della Corea lungo il 38° parallelo, già in vigore subito dopo la fine della II guerra mondiale, il sogno di una riunificazione del Paese, almeno nella parte più filoccidentale di esso, la Corea daehanita (ossia la Corea del Sud), non si è mai spento. A Seul esiste dal 1969 un ministero dell’Unificazione che promuove il dialogo su tale delicata questione con la Corea chosonita (cioè la Corea del Nord). Per alcuni (specie per il regime di Pyongyang) è anche una sorta di quinta colonna degli Usa, dal momento che tra i suoi obiettivi c’è anche quello di monitorare il programma nucleare dei cugini comunisti. Il titolare di questo dicastero è dal 2013 Ryoo Kihl-Jae, che il 29 dicembre ha proposto a Pyongyang l’apertura di un tavolo di colloqui per consentire alle famiglie separate delle due Coree di riunirsi. Il limes del 38° parallelo, infatti, ha agito come una sorta di muro di Berlino sull’identità socio-nazionale coreana.
I colloqui, secondo Kihl-Jae, potrebbero svolgersi, in tempi distinti, sia a Seul che a Pyongyang. Alla tv del suo Paese il ministro ha detto che lo Stato daehanita è pronto a discutere a partire da gennaio con l’altra metà della Corea di nuclei familiari da ricompattare, innanzitutto, e, in seguito, se il dialogo decollerà, anche di progetti politici e legislativi comuni. Fredda la reazione proveniente dalla “corte” di Kim Jong-Un: da quelle parti, infatti, la diffidenza è motivata evidentemente dal fatto che, proprio mentre il ministro Kihl-Jae annunciava la sua iniziativa diplomatica, il governo di cui fa parte si affrettava a stringere, con Tokyo e Washington, un patto trilaterale contro la minaccia atomica chosonita.