Non solo Uefa, e non solo Europei 2020: il principio della “competizione in più Paesi” passa anche a livello olimpico. Sostenibilità: è questa la motivazione-chiave alla luce della quale il 7 dicembre a Montecarlo il presidente del Cio, Bach, ha deciso di consentire “l’organizzazione di interi sport o discipline al di fuori della città organizzatrice, o in casi straordinari fuori dalla nazione ospitante, così che tutto il peso dei costi non ricada su una sola città o su un solo Paese”. La filosofia è che, se l’Olimpiade è una rassegna sportiva che rappresenta l’intero pianeta, è giusto che essa si svolga nell’intero orbe, o quantomeno in un numero di Paesi scelti in base ad una distribuzione intercontinentale più larga possibile.
“Si apre di fatto una nuova era”, dice Giovanni Malagò. Per il presidente del Coni era addirittura “impensabile”, anche solo fino ad un anno e mezzo fa, “una elasticità nelle candidature olimpiche così radicale. Lode a Bach, che sta tenendo fede al suo programma di innovazione, e anzi sta addirittura bruciando le tappe”.
Inutile dire che un’Olimpiade “in condominio” a livello globale apre interessanti spiragli anche per l’Italia: in fondo ciò che conta, a questo punto, è soltanto voler seriamente partecipare alla sua organizzazione. Già appaltati a Tokyo i giochi del 2020, si apre ora la corsa alle candidature per le Olimpiadi del 2024: e Roma, per quanto riguarda l’Europa, potrebbe avere concrete possibilità di finire tra le città prescelte. Nessuno, in Italia, si nasconde che la concorrenza continentale è forte, visto che in lizza ci sono piazze del calibro di Berlino, Parigi, Kiev e Copenaghen; ma la Città Eterna è sempre la Città Eterna, e dalla sua può vantare il fatto di possedere già, al pari di Berlino e Parigi, un proprio know how relativamente all’organizzazione dei giochi a cinque cerchi, visto che li ha già organizzati nel 1960.