Occupy Central: nella città-stato di Hong Kong è il movimento composto da studenti e attivisti democratici che è sceso in piazza il 26 settembre scorso per chiedere libere elezioni. Niente a che vedere con Occupy Wall Street, ma il principio è lo stesso: una pacifica mobilitazione di massa per portare avanti una protesta che richiede un presidio permanente del luogo dove tale protesta si svolge. Teatro del sit-in è, per la precisione, il quartiere dirigenziale della città, l’Admiralty. Dai tempi di Gandhi la disobbedienza civile più è pacifica e ordinata più scatena una reazione rabbiosa delle autorità e delle forze dell’ordine: la regola non è stata smentita neppure a queste latitudini, e così subito, allo scoppiare della protesta, è scattata la repressione violenta della polizia. Lacrimogeni, sfollagente, spray al peperoncino, idranti, spari intimidatori: settantotto occupanti arrestati, tra essi, per qualche ora, anche il loro giovanissimo leader, lo studente diciassettene Joshua Wong, poi rilasciato la sera di domenica 28 settembre (beneficio dell’età?). Così piccolo ma già così carismatico: dislessico dalla nascita, ha fatto la “gavetta” da contestatario in Scholarism, un gruppo di protesta da lui stesso creato con un compagno di scuola: all’inizio si opponeva al sistema scolastico vigente ad Hong Kong dopo la riforma imposta dalla Cina nel 2009. Il suo “passaggio” alla politica nell’anno corrente, che lo vede ormai studente universitario: con Scholarism è confluito nel movimento di Occupy Central, nato nel 2013 intorno ad un progetto referendario e di cui è presto diventato figura di riferimento.
Occupy Central chiede che, per le prossime elezioni politiche del 2017, le autorità di Hong Kong riconoscano il diritto di voto all’intera popolazione e quello a presentare candidature indipendenti. Quando nel 1997 la Gran Bretagna, che l’aveva per secoli tenuta come colonia, cedette Hong Kong alla Cina come regione a statuto speciale, stipulò con Pechino un accordo che garantiva il mantenimento dell’autonomia politica della città per almeno un cinquantennio. Di fatto, però, l’ingerenza cinese nella vita politica e civile di Hong Kong cominciò a farsi sentire subito. Si è detto della riforma dell’istruzione, con cui la proposta educativa della scuola passò nelle mani di commissioni governative filo-cinesi; in effetti essa era conseguenza di un cambiamento già verificatosi a livello politico,nel 2005, quando il primo presidente della Hong Kong post-britannica, Tung, si dimise “per problemi di salute” (così si disse) aprendo la strada a Tsang, segretario generale dell’amministrazione gradito a Pechino. Dopo due mandati (nel 2007 fu riconfermato senza avere una vera opposizione) nel 2012 gli è succeduto Leung, anch’egli amico della Cina. Questa loro particolare condizione è alla base della morbidezza nei confronti dei diktat cinesi a proposito di riforme elettorali e politiche: nonostante un progetto organico per l’introduzione del suffragio universale sia stato presentato all’assemblea legislativa sin dal 2010, esso è stato in larga parte disatteso e il risultato è che, a tutt’oggi, il capo del governo viene eletto da una cerchia minoritaria di grandi elettori il cui numero è stato solo leggermente allargato.