Meno di una settimana dopo la battaglia nei pressi di Fotokol, in cui le forze regolari di Yaoundé ne avevano abbattuto una quarantina, intenti a catturare bambini da trasformare in soldati, il 9 settembre Issa Techiroma Bakary, la voce di Philemon Yang (il capo del governo), ha potuto trionfalmente annunciare che l’esercito ha ucciso altri sessanta miliziani di Boko Haram. In totale un centinaio circa: il bottino, abbastanza sostanzioso, di un’operazione compiuta in due tempi per arginare l’ennesima infiltrazione degli estremisti dalla Nigeria.
Il conflitto tra il governo camerunense e le forze di Boko Haram si è inasprito dal mese di maggio, da quando cioè il presidente Biya ha dichiarato ufficialmente guerra ai predoni-terroristi che hanno la loro base nel nord-est del paese dei corsieri bianchi. Da allora è stato un botta e risposta continuo tra gli uni, con le loro scorrerie brigantesche, e gli altri, pronti alla reazione a fuoco. Tutto è iniziato proprio nei pressi di Fotokol, il 7 maggio scorso; quel giorno, nel villaggio nigeriano di Gamboru (Fotokol è infatti posta al confine con la Nigeria), si consumò una vera e propria carneficina firmata dagli uomini di Boko Haram: 300 persone furono uccise, e poco mancò che i guerriglieri entrassero anche nelle città vicine e riservassero agli abitanti lo stesso trattamento praticato ai loro sventurati confinanti. Anche Fotokol tremò, e fu per questo che Biya si decise a inviare forze speciali alla frontiera. Il punto più importante segnato da Boko Haram dall’inizio delle ostilità con Yaoundé resta il rapimento, alla fine di luglio, della figlia e della moglie del vicepremier Amadou Ali: delle due donne ad oggi non si ha più alcuna notizia.