Barack Obama si sente pronto a muovere guerra all’Isis, perché crede di avere l’”autorità necessaria” per farlo? Gli Usa sono con lui, a leggere i dati, diffusi online il 10 settembre, di un sondaggio realizzato congiuntamente da Wall Street Journal ed Nbc. Il 40% degli americani approva i raid lanciati dalla Casa Bianca contro le forze del califfato a partire dalla prima metà di agosto. Questa stessa percentuale di interpellati giudica però opportuno che ci si limiti agli attacchi aerei; un 34%, invece, non disdegnerebbe che la campagna aerea possa essere affiancata da un’avanzata di terra.
Forte di questi numeri, il presidente, sempre il 10 settembre, ha presentato al Congresso (“Il Paese è più forte quando amministrazione e Congresso lavorano insieme contro una minaccia per la sicurezza nazionale”) un piano anti-Isis, che verrà sottoposto oggi al vaglio dell’intera nazione, in diretta tv: all’interno del discorso che rievoca annualmente dal 2002 i fatti dell’11 settembre 2001, data emblematica come non mai nella storia recente americana. Quella che segna l’inizio della guerra infinita degli Usa contro il terrorismo mondiale.
Probabilmente, però, resteranno delusi i fautori della penetrazione dei marines sul suolo iracheno: in un’impresa simile tanti combattenti a stelle e strisce hanno già dato, e ad Obama importa innanzitutto tenere fede ad una delle promesse-cardine del suo bi-mandato, “mai più soldati americani” nella terra bagnata dal Tigri e dall’Eufrate. “Sul campo”, sarà lasciato il massimo spazio alle truppe irachene, dal momento che “non avrebbe senso che gli Stati Uniti occupassero militarmente Paesi in giro per il Medio Oriente”. Ciò a cui Obama realmente punta è una coalizione che abbracci paesi Nato e stati mediorientali amici, al fine di continuare a supportare meglio e più efficacemente l’azione di riconquista di peshmerga ed esercito di Baghdad (ad esempio dall’alto, come egregiamente sanno fare gli americani: è notizia delle ultime ore che, assistiti dagli aerei Usa, gli irachei hanno riconquistata la provincia di Anbar, da nove mesi in mano all’Isis).