Il CBD è un potente antiinfiammatorio: un componente quasi portentoso, tanto da risultare fino a 30 volte più potente della comune Aspirina, uno dei farmaci più utilizzati quando si avvertono i sintomi febbrili. A sostenerlo è un recente studio condotto in Canada da parte dell’University of Guelph, per il quale vi sarebbero pochi dubbi circa la convenienza ad usare la cannabis come antiinfiammatorio.
Perché il CBD è così funzionale contro gli stati infiammatori
Come ci ricorda il sito https://www.cbdmania.it/, specializzato nei prodotti a base di cannabis light e legale, le molecole responsabili degli effetti antiinfiammatori sono la cannaflavina A e la cannaflavina B, due flavonoidi i cui benefici sono stati ipotizzati fin dagli anni ’80. Tuttavia, negli anni successivi la ricerca medica subì delle battute d’arresto a causa delle leggi proibitive che hanno avuto impatti anche sulla ricerca scientifica.
I tempi sono però ora evidentemente propizi per cercare di accertare gli effetti del CBD contro le infiammazioni e, a conferma di ciò, lo studio canadese ha sperimentato con delle tecniche avanzate di biochimica la canapa sativa sui ceppi pro infiammatori.
Ebbene, i risultati delle analisi sarebbero sorprendenti: non solamente le molecole succitate sono in grado di contrastare l’infiammazione, ma riescono a colpire il dolore nel punto d’origine. In aggiunta a ciò, rispetto ad altre sostanze le cannafavina A e B non hanno effetti psicoattivi e non danno dipendenza, agendo solo sulla zona da curare.
Con tali premesse, allora, non stupisce che l’azione antinfiammatoria di queste sostanze sia fino a 30 volte più incisiva rispetto a quella che potrebbe essere ottenuta mediante il ricorso ad una comune Aspirina.
Tante risultanze cliniche fanno una prova?
In attesa dei risultati dei nuovi studi annunciati in materia, si può ben rammentare come questa non sia certamente la prima analisi che solleva indizi considerevoli sull’efficacia antinfiammatoria della cannabis.
Si può ben rammentare, ad esempio, come nel 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicò uno studio sul CBD in cui veniva dimostrata la grande potenzialità del cannabidiolo, indicandolo come non pericoloso e – dunque - non definibile come sostanza stupefacente.
L’apertura dell’OMS ha dato poi il via ad altri studi che hanno portato a risultati altrettanto interessanti per ipotizzare che il CBD possa essere fruito come sostituto di antidolorifici e antiinfiammatori. Uno studio del 2018, ad esempio, ha fornito diverse prove dell’attività analgesica dei cannabinoidi, mentre nel 2019 uno studio italiano – condotto dall’Università dell’Insubria di Varese – aveva studiato le possibili applicazioni della cannabis terapeutica e del CBD nel trattamento di diversi sintomi infiammatori.
Meglio il CBD dell’ibuprofene?
Gli studi di cui sopra hanno dunque messo in luce i potenziali benefici del CBD come sostanza antiinfiammatoria da utilizzarsi al posto dei principi attivi di molti FANS come l’ibuprofene, largamente usato per il trattamento del dolore, i cui effetti collaterali non possono però essere trascurati.
Come precisa l’Istituto Superiore della Sanità sul suo sito internet, infatti, l’ibuprofene non è certo privo di effetti collaterali: dalla nausea al vomito, dalla diarrea alla stitichezza, sono potenzialmente numerosi gli effetti sgraditi che, benché non comuni, non possono nemmeno essere caratterizzati da termini di elevata rarità.
Ebbene, anche per questo motivo i cannabinoidi potrebbero un giorno rappresentare un’alternativa realmente efficace e ben tollerata al trattamento delle condizioni di dolore e di infiammazione, soprattutto per quei pazienti che sono affetti da problematiche croniche che, richiedendo la somministrazione prolungata di FANS, esporrebbero le persone in cura a un incremento significativo nel rischio di andare incontro ai pregiudizi di cui si è appena fatto cenno.