Iraq: premier e capo dello Stato ai ferri corti

Truppe si ammassano nella zona verde di Baghdad

Gianluca Vivacqua
12/08/2014
Dal Mondo
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Mentre nel resto dell’Iraq proseguono, da un lato, i bombardamenti americani anti-islamisti, dall’altro, le persecuzioni contro le minoranze etniche da parte dell’Isis che continua ad avanzare (all’inizio  della settimana anche Jalawia è caduta nelle loro mani), a Baghdad a tenere banco sono le tensioni di Palazzo. Tra il presidente di etnia curda Fouad Masum,  eletto nemmeno un mese fa, e il premier sciita Nouri al-Maliki, in sella dal 2005, i rapporti si fanno sempre più incandescenti. E questo perché al- Maliki non riesce a tollerare che Masum, il nuovo arrivato, continui di fatto a ritardare la nomina di quello che sarebbe il terzo governo consecutivo guidato da lui, vincitore legittimo delle elezioni di aprile. Masum , a dirla tutta, si sta comportando da arbitro imparziale, ma non sembra che faccia un tifo sfegatato per il suo premier: dopo aver registrato che all’interno della maggioranza non esiste, in realtà, una fiducia totale in lui – e lo testimonia il fatto che è da cinque mesi che al-Maliki non riesce a trovare la quadra tra i partiti che dovrebbero sostenerlo -, ha pensato bene di concedere altro tempo alle forze che la compongono perché possano convergere, eventualmente, su una soluzione non in continuità col passato.  Così facendo, però, ha accusato al-Maliki in un discorso alla tv, lunedì scorso, il presidente sta violando la Costituzione, anzi, sta attuando un golpe, e per questo si dice anche pronto a metterlo in stato di impeachment. 
Se tali parole hanno avuto un effetto, esso è stato quello di incrinare ancora di più la posizione del premier in seno alla coalizione di governo. Come riporta il Financial Times, infatti, aveva da poco terminato quel discorso quando a rinnegarlo era il suo stesso partito, la Coalizione dello Stato di Diritto, attraverso Twitter:  “Maliki non è più il candidato del più grande gruppo parlamentare, e dunque, nell’interesse del Paese, si chiede la nomina di un candidato alternativo”. Di lì a qualche ora, è spuntato il nome nuovo: Al Abadi, a cui Masum si è affrettato a conferire l’incarico. 
Ma al-Maliki, l’uomo che con gli americani ha gestito l’esecuzione di Saddam Hussein, non è tipo da uscire di scena con un telegrafico benservito. In Iraq, anzi, tutti conoscono il suo pugno di ferro, già sperimentato quando, nel 2006, impose una censura feroce alle tv per nascondere all’opinione pubblica le stragi  che quotidianamente scandivano la guerra civile tra sunniti e sciiti. Al Sumaria, un canale tv iracheno, prima ancora della nomina di Al Abadi aveva lanciato la notizia, confermata da funzionari locali, che un consistente dispiegamento di truppe fedeli ad al Maliki si stava raccogliendo nella cosiddetta zona verde di Baghdad, cioè il quartiere dove sono concentrati gli edifici governativi.
Non è tardata la reazione della Casa Bianca, che ha fatto sapere che nel duello tra Maliki e Masum è già pronta a sostenere quest’ultimo.

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