Pantani: non suicidio, omicidio

Dieci anni dopo il mistero sulla morte del ciclista si infittisce

Gianluca Vivacqua
02/08/2014
Sport
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Caso Pantani: la Procura di Rimini, la città dove il Pirata è morto il 14 febbraio di dieci anni or sono, vuole vederci chiaro. I magistrati romagnoli hanno tolto di nuovo il coperchio al pentolone sollecitati, come scrive la Gazzetta dello Sport,  da un esposto di 50 pagine dei familiari del ciclista. Così, il caso, archiviato nel 2004 come “morte accidentale da overdose”, si riapre con una nuova motivazione inquirente: “omicidio con alterazione del cadavere e dei luoghi”.
La tesi della famiglia, ribadita per l’ennesima volta nell’approfondito documento presentato in Procura, è che Pantani, nel residence riminese dove fu trovato privo di vita, non era solo: almeno un’altra persona doveva essere in sua compagnia, quel tragico giorno, e non per propria volontà, ma perché indotto o costretto da chi stava con lui, il campione assunse cocaina. La droga, sempre secondo i genitori del ciclista, era diluita nell’acqua. Sulla scena del “suicidio”, effettivamente, venne ritrovata una mezza bottiglia di minerale, che però non fu mai analizzata.
Altro dato su cui, a suo tempo, si preferì sorvolare è la perizia fatta sul corpo di Pantani dal medico legale Avato, poche ore dopo il decesso. Sul cadavere erano presenti delle ferite che, concluse l’esperto, “non potevano essere state auto-prodotte, ma qualcun altro doveva avergliele inferte”. E poi c’è la questione degli effetti personali che mancavano nella stanza al momento del ritrovamento per ricomparire in seguito, come i giubbini…
Di carne al fuoco ce n’è per il coraggioso pm che ha deciso di riprendere in mano il dossier, Elisa Milocco. Ha 33 anni, praticamente uno in meno di quelli che aveva Pantani quando è morto, ed è al suo primo caso ufficiale.  

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