Vincenzo Nibali è il settimo ciclista italiano a vincere il Tour de France, sedici anni dopo l’ultimo che c’era riuscito. Nibali, 29 anni, corridore di Messina, in forza all’Astana dal 2013 (in precedenza aveva corso per Fassa Bortolo e Liquigas), ha compiuto l’impresa conducendo da protagonista l’intera 101° edizione della Grande Boucle. Le pagine più memorabili la York-Sheffield (2 ° tappa), la Mulhouse-La Planche des Belles Filles (10°), la Saint-Ėtienne-Chamrousse (13° tappa) e soprattutto la Pau-Hautacam (18°). In pratica il ciclista siculo, un ragazzo tutto casa e pedali, anti-campione per vocazione, è riuscito a tenere indosso la maglia gialla quasi ininterrottamente dalla seconda tappa del Tour, con qualche brevissima interruzione.
Prima di lui, nella storia del pedale tricolore (naturalmente col verde al posto del blu), ad arrivare da “canarini” agli Champs-Ėlysée erano stati Ottavio Bottecchia, Gino Bartali, Fausto Coppi, Gastone Nencini, Felice Gimondi e Marco Pantani.
Ottavio Bottecchia (1894-1927), detto il Muratore del Friuli, già bersagliere nella Prima Guerra Mondiale, aveva iniziato la carriera agonistica come dilettante nel 1920, vincendo numerose corse regionali a tappe con le maglie dell’Internazionale Pordenone e dell’Unione Sportiva Pordenonese. Nel 1923, grazie a un mentore come Luigi Ganna (il vincitore della prima corsa rosa), passa al professionismo e, senza squadra, corre una Milano-Sanremo (ottavo) e un Giro d’Italia (quinto). Di quello stesso anno è l’incontro con Aldo Borella, quello che oggi si direbbe il team manager della squadra francese Automoto: il nostro Ottavio trova così una squadra, oltralpe, con cui partecipare alla più prestigiosa corsa a tappe del Continente. E lo vince per due anni di seguito, 1924 e 1925. Sarà perché corre per una squadra di casa, ma il nostro Bottecchia, gloria indubitabilmente tutta italiana, diventa anche una gloria un po’ francese, e il pubblico locale lo osanna come Botescià. Nell’edizione del 1926 il nostro è ancora ai nastri di partenza, superfavoritissimo, ma abbandona dopo la decima tappa. Poco male: Bottecchia ha già deciso il suo futuro, sa già cosa farà dei soldi guadagnati con i suoi trionfi. Diventerà, con Carnielli, il Ferrari delle biciclette. Poi, il 3 giugno 1927, il tragico epilogo, ancora avvolto nel mistero: il campione viene raccolto agonizzante in una strada di Trasaghis, un paesino del Friuli. A nulla vale il ricovero all’ospedale di Gemona: morirà dopo dodici giorni. Torbida vicenda sentimentale? Feroce regolamento di conti in un affare di scommesse sportive? L’ipotesi più inquietante appare, ad oggi, quella di un pestaggio politico-ideologico: una banda di rossi potrebbe avergli fatto pagare con la vita la sua adesione al Partito Fascista.
Gino Bartali (1914-2000) ebbe chiari segni di predestinazione sin dall’inizio della sua carriera: alla prima corsa importante da professionista ebbe l’onore di staccare il mito dell’epoca, Learco Guerra, e solo un contrattempo non gli permise di cogliere il successo su di lui. Fu poi lo stesso Guerra a volerlo nella sua squadra, la Legnano, e a diventare gregario al suo servizio, quasi a voler certificare un passaggio di consegne ormai avvenuto tra un grande del ciclismo e un altro: in effetti, superato il trauma della morte del fratello Giulio, anch’egli ciclofilo, Gino o Ginettaccio divenne presto il n. 1 italiano delle due ruote. Il primo contatto di Bartali col Tour risale al 1937, quando aveva già messo in bacheca due giri d’Italia: fermato da una bronchite. Ci riprova l’anno dopo, e salta il Giro appositamente per prepararsi al meglio all’appuntamento transalpino. E’ trionfo, il terzo italiano (benedetto dal Duce). Poi, la lunga pausa dovuta alla guerra: al risveglio delle attività agonistiche molti danno Bartali per arrugginito, invecchiato, superato dai tempi; alle sue spalle, pronto a raccoglierne lo scettro, scalpita già un giovane talento di classe purissima, Fausto Coppi. Ma Ginettaccio, testardo, perfezionista, irriducibile, ha ancora qualche colpo da maestro in canna. Anche al Tour, che riconquista nel 1948, salvando la neonata Repubblica italiana dal pericolo di agitazioni politiche. Finisce l’attività di corridore da decano assoluto (a quasi quarant’anni) e si gode una nuova, longeva stagione di popolarità a 360°.
Fausto Coppi (1919-1960), anche noto come il Campionissimo o l’Airone, ebbe vita e carriera brevi ma intense, sicuramente baciate dal dio dei pedali. Di carattere e di costituzione sicuramente più fragili del leonino Bartali, romantico eroe tormentato nel mirino dei perbenisti per la sua relazione con una donna sposata, il grande Fausto, uomo-simbolo della Bianchi, aveva dalla sua una resistenza polmonare fuori dal comune, che ne fece, nella storia e nella leggenda del ciclismo, il re delle salite. Vinse il Tour nel ’49, un anno dopo la seconda vittoria di Bartali, e nel ’52; in mezzo, prima e dopo, una miriade di allori italiani. La morte sopraggiunse inaspettata, ma non lontana dai riflettori, al ritorno da una battuta di caccia in Burkina Faso. Coppi si spense, all’età in cui il suo grande nemico Bartali si ritirava, per la malaria che aveva contratto in quel paese, ma anche e soprattutto per l’incapacità dei medici di diagnosticargliela.
Gastone Nencini (1930-1990), toscano come Bartali (era chiamato leone del Mugello), iniziò la sua carriera di professionista proprio nella squadra del suo grande corregionale, la Legnano, ma colse i suoi grandi successi con la Leo-Chlorodont e la Carpano. Corridore spigoloso, determinato, dal carattere indomito, divenne celebre per una frase raccolta dal microfono di Adriano De Zan, “Potrei digerire di tutto, persino i chiodi”. Vinse l Tour nel 1960 senza che gli fosse necessario aggiudicarsi nemmeno una tappa.
Felice Gimondi, l’unico dei vincitori italiani del Tour ancora in vita oltre all’attuale (classe 1942), vinse il Tour nella prima parte della sua carriera, legata ai colori della Salvarani: era l’anno 1965. Nel 1973 passò alla Bianchi, dove militò fino al 1979, anno del suo ritiro, e si dimostrò degno della grande tradizione coppiana.
Marco Pantani (1970-2004), campione nelle salite come nella sfortuna, fece l’accoppiata che lo consacrò tra i grandi assoluti del ciclismo (Giro + Tour) probabilmente nell’unico anno in cui la malasorte decise di dimenticarsi di lui, il 1998. Segnalatosi nel 1994 al Giro d’Italia con i colori della Carrera (aveva abbandonato l‘edizione precedente per una tendinite), si scontrò con un’automobile nel 1995, mentre stava preparando il giro di quell’anno, e dovette rinunziare a quello e anche al successivo (1996). Ritornò nel 1997, ma fu ancora una volta messo fuori gioco da una circostanza disgraziata (un gatto passò davanti alla sua bicicletta in una tappa e gli fece perdere l’equilibrio), tuttavia la pronta ripresa e il riscatto nel Tour di quella stessa estate prelusero con chiarezza ad una nuova annata molto più promettente: che si rivelò storica. Pantani era già diventato il punto di riferimento della Mercatone Uno; con la sua maglia era destinato a vivere impareggiabili trionfi e pagine ancora più amare: l’esclusione dal Giro del 1999, da primo in classifica, dopo che un test aveva rivelato valori sballati dell’ematocrito; il calo di energie, di entusiasmo, di fiducia in sé stesso, la caduta nel vortice della tossicodipendenza, la depressione, la morte tristissima e solitaria. A parziale (parzialissimo) risarcimento della sua memoria, l’organizzazione del Giro d’Italia ha deciso di dare il suo nome alla seconda cima più alta della corsa, dopo quella tradizionalmente dedicata a Coppi.
E Nibali? Che cosa diranno di lui le cronache future? Quali vicissitudini aspettano questo ragazzo con la testa sulle spalle, poco appariscente, questo leader silenzioso in grado di cannibalizzare la Grande Boucle con applicazione da operaio? Sarà più sereno di Pantani, più longevo di Coppi e Bottecchia, più vincente di Nencini e Gimondi? Potrebbe, questa decisione di preparare il Tour saltando il Giro, farne un Bartali del Nuovo Millennio? Ce lo auguriamo.