Il 18 ottobre è la “Giornata Europea contro la tratta”, una ricorrenza passata sotto silenzio e che non ha colpito l’attenzione mediatica e sui social. Eppure, in pieno ventunesimo secolo, la schiavitù esiste e continua ad arricchire mafie e sfruttatori di ogni tipo. Anche, se non soprattutto, nel cuore dell’Europa.
«Questa giornata ci ricorda che la tratta di esseri umani è un fenomeno che non risparmia neanche i Paesi più attenti alla vita democratica e al rispetto dei diritti umani – si legge sul sito del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri - anche in Europa, purtroppo, sono numerose le persone che vivono in una condizione di invisibilità, una vita di oppressione e sfruttamento» e «un numero crescente di persone nel mondo vede infatti aumentare la propria vulnerabilità a causa di crisi geopolitiche, conflitti, cambiamenti climatici e povertà, diventando facile preda delle organizzazioni criminali, peraltro sempre più pervasive grazie all’utilizzo degli strumenti digitali». Una riflessione generale ma che è il racconto più corretto e puntuale di quanto accaduto dopo lo scoppio della nuova guerra in Ucraina: migliaia di donne, anche minorenni, anche cercato la fuga verso Stati come Italia e Germania e sono cadute vittime delle organizzazioni mafiose che sfruttano la prostituzione.
«La tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento lavorativo è aumentata in tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa, colpendo un numero crescente di uomini, donne e bambini. Riguarda tutti i settori economici, tra cui il lavoro domestico, i settori non regolamentati e l’economia informale. Il Consiglio d’Europa ha istituito norme omnicomprensive per aiutare gli Stati ad affrontare la tratta di esseri umani, che di recente sono state ulteriormente potenziate attraverso l’adozione di una nuova raccomandazione del Comitato dei Ministri incentrata in modo specifico sulla tratta a scopo di sfruttamento lavorativo». Questa è la denuncia/riflessione in occasione della Giornata Europea contro la Tratta di Helga Gayer, Presidente del GRETA (Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani). «I rapporti di monitoraggio del GRETA mostrano che la tratta per sfruttamento lavorativo è diventata la principale forma di tratta di esseri umani in un numero crescente di Stati europei, con oltre il 50% delle vittime identificate in paesi come Belgio, Lettonia, Malta, Repubblica di Moldova, Portogallo e Regno Unito – si legge sul sito web in italiano del Consiglio d’Europa - la povertà, la disoccupazione e una crescente economia informale, insieme a una domanda di manodopera e servizi a buon mercato, sono fattori che portano alla tratta a scopo di sfruttamento lavorativo. La pandemia da Covid-19 e l’aggressione della Russia contro l’Ucraina hanno aumentato le vulnerabilità alla tratta di esseri umani. Sempre più vittime vengono reclutate tramite i social media e l’utilizzo delle tecnologie di informazione e comunicazione pone ulteriori sfide per l’indagine e il perseguimento dei casi di tratta di esseri umani». Il 13 settembre scorso il Parlamento europeo ha approvato una raccomandazione a tutti gli Stati aderenti per fermare la prostituzione.
In Italia le mafie dell’est, albanesi soprattutto, e nigeriane – in totale simbiosi con le tradizionali organizzazioni mafiose italiane – da anni si stanno affermando sfruttando soprattutto la tratta. Veniva dall’Albania Adelina, morta suicida nel novembre di due anni fa. Rapita e violentata a Durazzo fu sfruttata per anni dai clan sulle strade italiane. Denunciò i suoi aguzzini facendoli arrestare smantellando il clan. Fino alla sua morte, anche quando ormai era malata e stremata, lottò per denunciare il sistema criminale che per anni l’aveva violentata e sfruttata. Cercò di ottenere la cittadinanza italiana, si sentiva italiana e non poteva rischiare di tornare in Albania dove avrebbe trovato complici e sodali dei suoi aguzzini rischiando di essere ammazzata. Lo Stato italiano, che lei aveva aiutato con il suo coraggio e le sue denunce, purtroppo non ascoltò mai la sua voce. Disperata, a pochi giorni da una diretta social drammatica in cui raccontò cosa stava accadendo, Adelina si suicidò. All’inizio di questo mese è stato il dodicesimo anniversario della morte a Pescara di Lilian Solomon, una ragazza nigeriana. A 23 anni fu costretta a prostituirsi, prima in Lombardia e poi sulla bonifica del tronto, e ad abortire ingerendo medicinali ed alcolici. Quando gli operatori di On the road la incontrarono per la prima volta Lilian soffriva da tempo di fortissimi dolori. Erano i sintomi dell’avanzata di un linfoma. Ricoverata nel reparto di Oncologia dell’Ospedale di Pescara è morta il 1° ottobre 2011. Le sue denunce portarono a due delle prime operazioni contro le mafie nigeriane tra Abruzzo, Marche, Puglia ed Emilia Romagna. Adelina e Lilian sono solo due delle donne morte costrette alla prostituzione, di molte di loro è conosciuto solo il nome. Morte di malattie come l’Aids (Alexandra) o torturate (Ely), ritrovate in discariche abbandonate o ai margini di una strada (Evelyn, Franca) o bruciate vive (Nike Favour) a cui si aggiungono le tantissime denunce di ragazze che sono riuscite a liberarsi e hanno raccontato orrori criminali subiti anche quando erano bambine o adolescenti.
Nella foto Adelina ad un evento di Resistenza Femminista