Lo stupro di gruppo del luglio scorso, di cui si è avuta notizia nei giorni scorsi, ha riacceso i riflettori sul Parco Verde e Caivano. Luogo in cui da quarant’anni, ovvero da quando sorsero i complessi di edilizia popolare, è contrassegnato da degrado sociale, abbandono dello Stato, dodici piazze di spaccio che rappresentano insieme la più grande d’Europa e criminalità diffusa. Ci sono migliaia di cittadini onesti, c’è chi prova a resistere e costruire alternative sociali alla camorra e alla criminalità.
La ragazza vittima dello stupro è stata allontanata dalla famiglia, il contesto familiare è stato considerato dal tribunale necessario di un loro intervento. Si sono attivati quei “servizi sociali” che sono assenti, nella più ampia assenza dello Stato, in realtà come Caivano. In nome di quei meccanismi e quelle dinamiche che troppe madri e troppi bambini subiscono da anni: in contesti di violenza familiare alla fine “colpevoli” per lo Stato vengono considerate le vittime, sono innumerevoli i casi di madri che hanno denunciato ex mariti violenti e l’unica risposta dello Stato è stata sottrarre loro i figli. Non risultano essere intervenuti i “servizi sociali” o altri apparati statali, non risulta esserci stata nessuna azione energica (e sicuramente non risolutiva) dopo due gravissimi episodi di cronaca degli anni scorsi che hanno visto vittime dei bambini. Finiti dopo la morte protagonisti della cronaca nazionale. I palazzi di edilizia popolare sono stati teatro dell’uccisione di due bambini, Fortuna e Antonio, e in entrambi i casi l’ombra della pedofilia si è stagliata sulle due vicende.
Fortuna e Antonio sono stati gettati da un palazzo. Per l’uccisione di Fortuna è stato celebrato un processo e ci sono state condanne. Per quanto accertato nei tribunali Fortuna era stata ripetutamente abusata. Su Antonio, nonostante indagini e l’individuazione di due accusati, la verità giudiziaria non è mai arrivata. Ad oggi lo Stato italiano non ha accertato chi l’ha ucciso. L’avvocato della famiglia, alla stampa, all’epoca puntò il dito sul “palazzo dei pedofili”.