«Ripuliremo il sito per essere più rispettabili» è stato dichiarato nelle scorse settimane dai vertici di MindGeek, la società che gestisce alcune delle maggiori piattaforme pornografiche al mondo tra cui PornHub, la più conosciuta e diffusa anche in Italia, in occasione della nomina ai vertici della società di Alexzandra Keseki.
La domanda, di fronte queste parole, che dovrebbe sorgere spontanea ma è stata al massimo accennata nella diffusione della notizia in Italia non può che essere una sola: cosa va ripulito? La risposta è disponibile, come spesso accade, nella stampa di altri Paesi, Stati Uniti soprattutto.
Lo stupro del branco a Palermo in questi giorni sta suscitando un moto di indignazione pressoché unanime in tutta Italia. Mobilitando coscienze nello sdegno per il terribile crimine. Tra le intercettazioni rese note uno degli accusati afferma di aver visto scene come lo stupro che hanno commesso «solo nei video porno». Video che, soprattutto in Nord America, hanno portato un’ondata di mobilitazioni e boicottaggi nei confronti delle maggiori piattaforme. Boicottate anche dalle multinazioni delle carte di credito. Le accuse, documentate da inchieste giornalistiche e molte vittime, è che moltissimi video – si fa riferimento a milioni – riprendono abusi e violenze, stupri anche nei confronti di minorenni.
Il 14 dicembre 2020 il New York Times ha pubblicato un’inchiesta che oltreoceano ha fatto molto scalpore dal titolo “The Children of Pornhub”. La notizia in Italia ha portato Pro Vita&Famiglia ha promuovere una petizione per chiederne l’oscuramento che, in poche settimane, raggiunse migliaia di adesioni. Partendo dalla denuncia del New York Times l’associazione riportò che sul noto portale pornografico «chiunque può caricare foto e video pornografici estremamente violenti» e «poiché non esiste una vera moderazione, sulla piattaforma vengono caricati contenuti di ogni tipo, inclusi abusi, stupri e torture perpetrati anche ai danni di persone filmate di nascosto o che non hanno mai dato il proprio consenso alla pubblicazione delle immagini». «L’aspetto più agghiacciante è che tra le vittime di queste violenze figurano anche ragazzine e ragazzini adolescenti, e perfino bambini – si lesse nella petizione - Giovani e giovanissimi che si sono ritrovati ad avere la vita rovinata, anche perché è assurdamente difficile far rimuovere i video dalla piattaforma, visto che chiunque li può scaricare e ripubblicare impunemente. Tutto ciò è assolutamente intollerabile». Sono «oltre 100mila video pornografici che hanno per protagonisti minorenni, vittime di violenze sessuali, manipolazioni e ricatti» riportò Pro Vita&Famiglia - adolescenti, ma anche bambini abusati la cui vita è stata rovinata, al punto che c’è chi ha tentato il suicidio. E alcuni, purtroppo, ci sono riusciti».
Qualche mese dopo l’inchiesta del New York Times è stato il Guardian a tornare sull’argomento. Il quotidiano britannico ha definito PornHub «una droga di accesso agli abusi sui minori»: «i tassi di utilizzo di pornografia infantile sono aumentati costantemente, così come gli arresti per abusi sui minori. Le forze dell'ordine stanno affrontando un'ondata di pedofili pornografici: uomini che guardano porno digitale da otto o nove anni e sono stati "svezzati" per stupri e video di abusi sessuali». Nelle stesse settimane negli USA è stato pubblicato un articolo della direttrice dell’International Center on Sexual Exploitation Haley McNamara. Un recente studio ha analizzato i titoli mostrati agli utenti nelle prime pagine di PornHub, xHamster e XVideos, «un video su 8 su questi siti è stato descritto come raffigurante violenza sessuale o sesso non consensuale, spesso includendo descrizioni delle persone nei video che erano drogate, incoscienti o "molto giovani" – riporta McNamara - e più di 5.000 video si riferivano apertamente ad aggressioni sessuali, "forza" o aggressione fisica, anche dopo aver escluso i video BDSM». La conclusione dello studio è che queste piattaforme «bombardano gli utenti con materiale sessualmente violento raffigurante stupro, upskirting e altri abusi».
«È essenzialmente impossibile sapere quanti di questi video sono di stupro o abuso nella vita reale, date le recenti rivelazioni di traffico sessuale, stupro e abusi sessuali su minori coinvolti nei materiali sui principali siti di pornografia, inclusi Pornhub e XVideos – denuncia la direttrice dell’ International Center on Sexual Exploitation - Il New York Times, ad esempio, ha raccontato la storia di una giovane sopravvissuta al traffico sessuale che ha caricato su Pornhub i video dei suoi abusi sessuali su minori, dove sono rimasti nonostante le sue richieste di rimozione, causando traumi. Come ha spiegato in modo ossessionante, "Pornhub è diventato il mio trafficante". Durante le udienze nel parlamento canadese su questi temi, è stato rivelato che per più di 10 anni, Pornhub non è riuscito illegalmente a segnalare alcun caso di materiale di abuso sessuale su minori, nonostante le molte lamentele dei sopravvissuti». Contro queste piattaforme sono state intentate molteplici azioni legali, anche da parte del Centro di cui è direttrice McNamara, una ragazza ha denunciato in una causa collettiva contro PornHub che quando «aveva 16 anni quando è stata drogata e violentata da un uomo adulto, che ha poi caricato il video su Pornhub attraverso il suo programma ufficiale di partecipazione agli utili. Pornhub ha esaminato, classificato e condiviso queste immagini di stupro di minori, che hanno ottenuto migliaia di visualizzazioni». Un’altra ragazza è stata vittima a soli 14 anni e ha denunciato «XVideos per aver ospitato e tratto profitto dal suo materiale di abusi sessuali su minori».
Sempre nel 2021 trentaquattro donne negli USA hanno denunciato che erano stati pubblicati e mantenuto online almeno per mesi, video che le ritraevano mentre subivano stupri e abusi sessuali. Quattordici donne erano minorenni all’epoca dei crimini. Una ragazza, Serena Fleites, l’unica che non ha scelto di rimanere anonima, ha scoperto l’esistenza di un video in cui già il titolo chiariva la sua minore età. Tredici anni. Eppure è sempre rimasto online finché lei non l’ha scoperto e si è attivata per chiedere la rimozione. Che è avvenuta solo diverso tempo dopo.
Gli avvocati delle trentaquattro donne hanno evidenziato che Mindgeek, la società proprietaria di Pornhub, è proprietaria di oltre cento piattaforme e case di produzione che ogni mese totalizzano almeno 3.5 miliardi di visualizzazioni. Andre Garcia, produttore della società «GirlsDoPorn», è stato condannato dal tribunale federale californiano a 20 anni di carcere. «Traffico di persone a fini di sfruttamento sessuale» l’accusa per cui è stato processato e condannato, perpetrato «tramite coercizione e frode». A dicembre dell’anno scorso quaranta donne, vittime dei traffici di «GirlsDoPorn», hanno denunciato che video in cui erano ritratte erano rimasti pubblicati online e promossi anche dopo la rivelazione che erano video di stupri. La piattaforma web al centro delle loro denunce era, ancora una volta, PornHub.
Il 9 giugno Lauren Kaye Scott, ragazza 27enne al centro di un numero sterminato di video caricati su Pornhube, è stata trovata morta in un camper di Los Angeles. Secondo alcune fonti, ha riportato il New York Times, Kaye Scott stava lottando con alcune dipendenze, alcol e fentanyl, e stava cercando di uscire da un ambiente familiare difficile. «Lauren era il prodotto di una famiglia altamente disfunzionale che coinvolgeva droghe, alcol, abusi fisici, emotivi, verbali e sessuali», ha detto al Sun una zia. Sono innumerevoli le ragazze i cui video sono stati pubblicati su queste piattaforme, o diffusi tramite altri canali, che denunciano dopo anni traumi e devastazioni psicologiche.