"Io ti salverò": uno dei capolavori di Hitchcock

Nell'anniversario della sua nascita, parliamo di uno dei film più significativi del maestro della suspance

Valentina Fornaro
13/08/2023
Musica e spettacolo
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Tanto si è detto su Alfred Hitchcock, e poco c'è da aggiungere. Oggi ricorre il 124 anniversario dalla sua nascita, e il suo nome rieccheggia ancora, non solo nei salotti (virtuali e non) più raffinati, ma anche nella cultura più nazional-popolare.

Ci sono dei film del regista passati alla storia come i veri e propri capolavori quali sono: Rebecca, ad esempio, gli procurò il primo Oscar. Poi c'è La finestra sul cortile, che ha ispirato numerosissimi remake, e Vertigo, un intrigante storia piena di colpi di scena.

Avendo però questo il privilegio di scrivere per un giornale, vorrei parlare oggi del mio film preferito: Io ti salverò.

Pellicola del 1945, Hitchcock intesse la trama poco dopo essersi trasferito da Londra ad Hollywood

La cinepresa del regista, che ci permette di spiare impunemente in camere da letto, bagni e finestre, in "Io ti salverò" scava dietro gli occhi, nella psiche dei personaggi, facendo emergere senza pietà desideri e paure recondite. E' un film che attinge a piene mani da insegnamenti squisitamente psicanalitici e, grazie ad un collaboratore d'eccezione, si guadagna un posto nell'Olimpo del cinema.

ATTENZIONE SPOILER!

La trama parla di una clinica psichiatrica, in cui lavora la dottoressa Costanza Petersen (Igrid Bergman), unica donna tra molti uomini. Lo staff è in attesa del nuovo psicanalista, rimpiazzo del mentore della Petersen, che è prossimo alla pensione.

Nessuno sa le sembianze di questo nuovo dottore, e quando alla porta si presenta un aitante Gregory Peck, nessuno  mette in dubbio che sia il nuovo primario. Durante una cena di benvenuto, la dottoressa Petersen imprime sulla tovaglia bianca, con una forchetta, delle linee parallele. Davanti a tutti, il nuovo dottore ha una crisi. La dottoressa che si è già invaghita di lui, ne rimane ancora più affascinata.

Si scopre che quello che si è spacciato per primario è un paziente psichiatrico, che ha ucciso e preso il posto dell'uomo. Egli però soffre di gravi amnesie, e le strisce nere in campo bianco toccano un punto del suo inconscio che non riesce ad elaborare.

Inizia così una vera e propria indagine della psiche dell'uomo. La dottoressa, ormai innamorata del paziente, si spreca per cercare di aiutarlo. Alla fine ci riesce, e i due sono liberi di vivere la loro relazione.

Se però la trama ci porta, apparentemente, nella psiche del personaggio di Gregory Peck, agli spettatori più attenti non sfuggirà come, contemporaneamente, venga dissezionata anche la mente della dottoressa Petersen

All'inizio del film, lei e i suoi colleghi tengono più volte a specificare il rigore del loro metodo e la loro professionalità, che va al di là di qualsiasi sensazione o pulsione. Eppure sarà proprio la pulsione, l'amore, a spingere la dottoressa a salvare il paziente.  Più e più volte il film vanifica gli sforzi teorici della psicanalisi, sovvertendo regole e concetti, arrivando alla conclusione che basta l'aiuto di qualcuno, basta che a qualcuno importi, per guarire.

Hitchcock scambia anche i ruoli tra uomo e donna: questa volta è proprio Igrid Bergman la protagonista, la "salvatrice", e non Gregory Peck. Nella sua prima apparizione Peck appare irradiato di luce: lo vediamo attraverso gli occhi della dottoressa, che già ne fa oggetto di desiderio.

I film di Hitchcock che parlano di psicanalisi sono spesso basati sul senso di colpa, e anche l'amnesia del nostro paziente nasce da ciò: la sua psiche ha seppellito nell'inconscio un evento traumatico. Sarà solo grazie ad un sogno che parte di quel ricordo riaffiorerà.

E qui, Hitchcock si manifesta in tutta la sua genialità: stanco delle scene di sogno com'erano rappresentate all'epoca (nebbia e cinepresa traballante) chiamò Salvador Dalì per la scenografia.

Occhi. Occhi che si susseguono ad occhi, in una serie di tende frattaliche che vengono tagliate una dietro l'altra, come metafora dell'inconscio.

L'amore e la determinazione della dottoressa salvano l'amato dalla condanna, nonostante le critiche dei colleghi, che prima l'accusavano di essere troppo dedita al lavoro, e dopo di essere irrazionale nell'amore. Alla fine, però, Costanza non ha torto: nonostante abbia soverchiato le leggi della psicanalisi, ha avuto successo.

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