Quarant’anni, un mese e una manciata di giorni. Tanto è il tempo trascorso da quando Emanuela Orlandi sparì in un assolato pomeriggio romano. Quarant’anni di speranze tradite, depistaggi e tanto altro. Un mistero su cui continua ad esserci una cappa di verità nascoste, scomode, nebulose per la famiglia della ragazza e tutti coloro che non si arrendono ai misteri d’Italia. Non si è mai arreso e non si arrende il fratello Pietro Orlandi. Non lo ha mai fatto in questi otto lustri e non l’ha fatto neanche dopo quanto subito in questi mesi.
Gli attacchi dopo la distorsione strumentale delle sue parole durante una puntata della trasmissione televisiva DiMartedì su La 7, gli attacchi (rispediti al mittente e smentiti) del promotore di giustizia vaticana Diddi contro lui e l’avvocato Laura Sgrò, dopo che il comune di Roma ha respinto la richiesta di utilizzare piazza del Campidoglio per un sit in il giorno dell’anniversario, la lettera minatoria ricevuta, gli atti vandalici contro l’auto, la macchina del fango scatenata contro la sua famiglia nelle scorse settimane non hanno minimante fiaccato il coraggio, la passione e l’amore per la sorella rapita di Pietro Orlandi. Lo ha ribadito lui stesso in una recente intervista alla trasmissione “Gazzetta ladra” su Radio Cusano Campus. « sappiano che io non mi fermerò mai, andrò sempre avanti anche se dovessero ripetersi episodi intimidatori come il taglio delle gomme della mia auto o come la lettera di minacce arrivata a casa di mia madre qualche mese fa, in cui c’era scritto pagherai per tutto il male che hai fatto e le cose che hai detto» ha dichiarato Pietro Orlandi.
Ai microfoni della radio Pietro Orlandi è tornato sull’attacco ricevuto dalla sua famiglia, con il tentativo di sviare su uno zio (vicenda già ampiamente smontata e smentita quarant’anni) le attenzioni delle indagini, sul comportamento della magistratura e sugli ostacoli che si stanno continuando a porre all’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta su Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Commissione su cui mesi fa c’era stato l’impegno dei presidenti delle camere e di molti parlamentari e che appariva imminente in primavera. Invece i mesi passano e l’iter per l’istituzione continua ad essere lontano dall’essere concluso. «Non mi fido più né della Procura di Roma, né di quella vaticana. Ho consegnato loro documenti molto importanti sulla scomparsa di mia sorella, ma preferiscono indagare sulla pista familiare. È una barzelletta quello che stanno facendo. Non sembrano persone all’altezza. Il Vaticano non vuole la Commissione parlamentare. Inoltre, ho perso un amico come Andrea Purgatori, che ne avrebbe fatto parte come consulente esterno» ha dichiarato Pietro Orlandi riferendosi agli inquirenti italiani e vaticani e ricordando l’amico e grandissimo giornalista d’inchiesta Andrea Purgatori. «Lo vidi l’ultima volta il 6 giugno quando i senatori dubbiosi vollero ascoltare alcune persone per valutare il caso e Purgatori fece uno straordinario intervento mettendo a tacere coloro che ancora avevano dei dubbi ed erano contrari all’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta su Emanuela Orlandi – ricorda Pietro Orlandi - in particolare due senatori e lo stesso Procuratore vaticano Alessandro Diddi, che ancora oggi sta facendo di tutto per non far partire la Commissione».
« La decisione di ritirare fuori la vecchia storia di mio zio è un chiaro segnale che la macchina del fango contro di me e la mia famiglia si è messa in moto - ha ribadito durante l’intervista il fratello di Emanuela - c’è la volontà da parte di qualcuno in Vaticano di allontanare il più possibile qualsiasi tipo di responsabilità interna, spostando il tiro sulla mia famiglia. Il loro obiettivo è chiaro: impedire la partenza della Commissione parlamentare d’inchiesta».