Primo Levi nacque il 31 Luglio del 1919 a Torino, è stato uno scrittore, chimico e partigiano, testimone dei terribili avvenimenti dell'Olocausto. I suoi antenati erano degli ebrei piemontesi provenienti dalla Spagna e dalla Provenza e la stessa famiglia di Levi continuò a praticare la stessa religione. Il padre, Cesare Levi, era un ingegnere elettrotecnico e, nonostante il lavoro lo costringesse a lunghi viaggi, ha avuto un'importante influenza sul giovane Primo, istruendolo all'amore per la scienza e per la letteratura. Il padre, racconta Levi in uno dei suoi libri, un giorno gli regalò un microscopio. Di costituzione cagionevole e di indole solitaria, fu grazie a quel microscopio e ai libri che il padre gli procurava che il futuro scrittore scoprì la passione per la chimica e la biologia.
Infatti, dopo la maturità, si laureò con lode alla Facoltà di Scienze di Torino. Era il 1941, e il suo diploma di laurea riporta la dicitura "Primo Levi, di razza ebrea".
Quello fu il momento in cui lo scrittore capì quanto, nella sua enorme stupidità, il fascismo fosse pericoloso. Scrisse a riguardo "Le leggi razziali furono provvidenziali per me, ma anche per gli altri: costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti per intenderci); rimaneva da vederne quello sciocco".
Nel 1943 è costretto a rifugiarsi sulle montagne dell'Aosta per non essere deportato, ma purtroppo venne catturato quasi subito. Fu condotto prima a Fossoli, in un centro di raccolta, e dopo ad Auschwitz.
Dall'esigenza di raccontare le atrocità del lager nasce "Se questo è un uomo". L'intento del libro, spiegò l'autore, non fu mai quello di condannare i carnefici, ma piuttosto "il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi". Man mano che le pagine si susseguono, è chiaro che lo scopo originario abbia lasciato spazio ad un secondo: la necessità di tentare di elaborare, con sguardo lucido e razionale, gli avvenimenti di cui Levi è stato protagonista.
Il libro parte con il viaggio di deportazione, per poi seguire tutti gli avvenimenti, le difficoltà, i pensieri e le realizzazioni dell'autore. All'inzio è lui stesso a dirci di non sapere niente, di non conoscere il tedesco e di essere semplicemente in balìa degli eventi e dei nazisti. Racconta del numero tatuato sul suo braccio (il 174517) e della terribile realizzazione di quante persone fossero morte prima del suo arrivo. In un caos culturale che Levi paragona alla città di Babele, lui stesso fatica a trovare alleati, poiché essendo italiano non parla l'yiddish, quindi viene scansato anche da molti prigionieri.
Uno dei momenti più toccanti è il racconto delle notti, passate in uno stato costante di dormiveglia: l'istinto di sopravvivenza tiene i prigionieri all'erta, e quando ci si addormenta, ci sono solo incubi. Levi racconta di aver sognato di tornare a casa e raccontare ciò che gli era successo, ma di essere ignorato. Ed è proprio dalla paura che gli eventi vengano ignorati che nasce la necessità quasi fisica per l'autore di scrivere.
La caratteristica principale che distingue "Se questo è un uomo" (e in generale tutta la produzione di Levi) è la mancanza di giudizio e la sincerità nel parlare di come, per sopravvivere, gli stessi prigionieri si macchiavano di atti discutibili. Nel saggio "I sommersi e i salvati" (1986) scrisse: "È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé, e ciò tanto più quanto più esse sono disponibili, bianche, prive di un’ossatura politica o morale. Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica può sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana"
Primo Levi venne liberato dall'Armata Rossa il 27 Gennaio 1945, e tornò nella sua casa a Torino nell'Ottobre dello stesso anno.
Fu proprio nella sua casa che venne trovato morto, ai piedi della tromba delle scale, l'11 Aprile del 1987, l'anno dopo aver pubblicato "i sommersi e i salvati". Per tanto tempo la sua morte è stata considerata un suicidio, ma molti pensano che potrebbe essersi trattato di una vertigine (di cui lo scrittore soffriva) che lo avrebbe fatto cadere.
E' grazie a Primo Levi e molti come lui che la memoria dell'Olocausto viene ancora tramandata. La sua opera, lucida e commovente, rimarrà per sempre un manifesto della natura umana.