Utero in affitto come reato universale. Il centrodestra intende mettere uno stop e sanzionare una pratica abominevole

Massimiliano Musolino
28/07/2023
Attualità
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La Camera dei Deputati ha approvato il testo che qualifica come reato la pratica della maternità surrogata (detto anche utero in affitto), anche se commesso all’estero. Ora la legge dovrà essere esaminata e approvata dal Senato. Già oggi, ex lege (ai sensi della legge) 40/2004, la pratica dell’utero in affitto è reato se compiuta sul suolo italiano. Se passasse la legge, qualsiasi cittadino italiano che all’estero affittasse l’utero di una donna, per portarsi a casa un neonato, potrebbe finire dietro le sbarre.

Dopo l’approvazione della Camera dei Deputati, è ancora più urgente che la proposta, una volta arrivata in Senato nei tempi tecnici previsti, venga votata senza nessuna modifica e più velocemente possibile, così da diventare subito legge. Appare evidente come non sia più possibile lasciare i tribunali soli davanti alle problematiche che sempre più spesso si stanno determinando a causa del ricorso da parte di cittadini italiani a pratiche di surrogazione di maternità effettuate all’estero, e quanto sia opportuno che la normativa nazionale sanzioni simili pratiche, esattamente come sono sanzionate se commesse in Italia. La legge n. 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita, scritta in un tempo in cui non esisteva ancora il turismo procreativo, ha lasciato un vuoto normativo, nulla prevedendo in ordine alla liceità o no della surrogazione di utero, e più in generale di maternità, attuata all’estero da cittadini italiani. Tuttavia, il codice penale, all’articolo 7, stabilisce espressamente la punibilità per taluni reati anche se commessi all’estero, prevedendo una riserva di legge in materia, in forza della quale la presente proposta di legge interviene proprio sulla legge n. 40 del 2004, introducendo la punibilità del reato anche quando lo stesso sia stato commesso in un Paese straniero.

Il ddl approvato dalla Camera dei Deputati, da una parte restringe di molto il raggio d’azione di chi voleva diventare genitore affittando la cavità uterina delle donne all’estero e, su altro fronte, lancia un messaggio chiaro di carattere antropologico: le persone non sono cose, e di conseguenza è vietato lo sfruttamento e la commercializzazione di donne e di bambini. 

La ratio della legge è da giudicarsi sicuramente in modo positivo, in quanto si propone di fermare un vero e proprio abominio come l’utero in affitto: l’utero in affitto non può essere più tollerato, perché le donne non sono schiave e i bambini non sono un diritto. I bambini non si vendono né si regalano. I bambini non sono pacchi, nemmeno pacchi-dono. 

La surrogazione di maternità può assumere due forme distinte. Nella prima si tratta specificamente di una surrogazione di concepimento e di gestazione, ossia la situazione in cui l’aspirante madre demanda a un’altra donna sia la produzione di ovociti, sia la gestazione, non fornendo alcun apporto biologico. Nella seconda si dà corso, invece, a una surrogazione di gestazione, comunemente detta «affitto di utero» o «surrogazione di utero», nella quale l’aspirante madre produce l’ovocita il quale, una volta fecondato dallo spermatozoo dell’aspirante padre, viene impiantato nell’utero di un’altra donna che fungerà esclusivamente da gestante. Le pratiche della surrogazione di maternità costituiscono un esempio esecrabile di commercializzazione del corpo femminile e degli stessi bambini che nascono attraverso tali pratiche, che sono trattati alla stregua di merci. Nella maternità surrogata il bambino è un prodotto che, prima del processo di filiazione per conto terzi, può essere selezionato in base alle caratteristiche somatiche e caratteriali, scegliendo la donna che venderà l’ovocita; può essere eliminato con l’aborto se è difettoso; può essere sostituito entro due anni dalla nascita se muore; può essere ritirato in deposito se i committenti tardano a recuperarlo causa guerre, epidemie o per problemi di lavoro. Ciononostante il ricorso a queste pratiche è in vertiginoso aumento e la maternità surrogata sta diventando un vero e proprio business che, tanto per fare un esempio, in India vale oltre 2 miliardi di dollari l’anno. In questo Paese le «volontarie», reclutate nelle zone più povere, «producono» più di millecinquecento bambini all’anno per assecondare la domanda che viene dall’estero, attirata dai prezzi bassi, «appena» 25.000/30.000 dollari rispetto ai 50.000 che si spendono negli Stati Uniti d’America. In India, le volontarie che entrano nel circuito legale delle cliniche per la maternità surrogata guadagnano tra gli 8.000 e i 9.000 dollari a gestazione, una cifra che corrisponde a dieci anni di lavoro di un operaio non specializzato, mentre quelle che ne rimangono al di fuori sono reclutate da veri e propri «scout», molto attivi nelle zone più povere, sono pagate molto meno (da 3.000 a 5.000 dollari) e sono costrette a firmare dei contratti che non prevedono alcun supporto medico post parto. Nonostante i costi un po’ più elevati, anche negli Stati Uniti d’America il business della maternità surrogata sta aumentando a ritmo esponenziale, con un numero di nascite superiore a duemila ogni anno, rispetto alle quali addirittura si dà agli aspiranti genitori la possibilità di scegliere alcune caratteristiche base del nascituro. Nella surrogazione di maternità le donne che «prestano» il proprio corpo non hanno alcun diritto sui bambini che pure portano in grembo e non sono neanche considerati i diritti dei bambini, costretti a separarsi dalla madre biologica subito dopo il parto (un evento assolutamente traumatico) e che si chiederanno per tutta la vita chi sia la loro madre biologica.

 

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