Fra poco più di un mese, il 25 agosto per essere precisi, entreranno in vigore in tutta Europa i Digital Services Acts (DSA), i regolamenti europei sui servizi digitali approvati dal Parlamento Europeo il 5 luglio 2022 in parallelo al Digital Markets Act (che insieme costituiscono il Digital Package Acts).
Un cambio normativo che avrà ripercussioni enormi su ciò che riguarda la comunicazione e la circolazione di informazioni su internet. Dapprima saranno le compagnie più grandi a doversi adeguare, e a seguire, con più gradualità (dal 2024 in avanti) i siti e le piattaforme minori.
A sentire la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, i DSA sarebbero un accordo di portata storica “sia in termini di rapidità che di sostanza”, anche se c’è già chi - con toni un filo meno trionfalistici - fa notare come il nuovo assetto giuridico servirà in buona sostanza a sopprimere il dissenso e a censurare le informazioni in controtendenza alle narrative top-down dei governi che tanto abbiamo imparato ad amare negli ultimi tre anni e mezzo.
Il fine di queste nuove disposizioni, va detto, è – almeno in via ufficiale - di promuovere il corretto funzionamento del mercato interno dei servizi digitali UE.
Le aree di interesse coinvolte dai DSA infatti riguardano svariate tipologie di settori e servizi digitali: social network, mercati online, piattaforme di condivisione dei contenuti, piattaforme di viaggio online e di alloggio, app store, servizi di intermediazione (es. provider Internet e register di domini), servizi di cloud e hosting web, piattaforme di economia collaborativa. L’applicazione della normativa è dunque rivolta a tutte le aziende che offrono servizi a distanza per via telematica su richiesta di un destinatario pagante.
E dunque, stando agli obbiettivi esplicitati nel DSA, il giro di vite sul quadro normativo esistente dovrebbe servire a “proteggere i diritti dei consumatori garantendone la sicurezza”, e a “contrastare la diffusione di contenuti illegali, la manipolazione delle informazioni, la disinformazione online”, ma anche a “favorire un maggiore controllo democratico e una migliore vigilanza sulle piattaforme” - per citarne alcuni. Il DSA richiederà inoltre che le piattaforme adempiano a tutta una serie di obblighi, sia specifici per categoria (per esempio, i social come TikTok o Twitter rientrerebbero nella categoria di grandi “online platform”) che comuni a tutti.

Le sanzioni per chi violerà le norme del DSA potranno arrivare fino al 6% del fatturato annuo, mentre per i destinatari dei servizi offerti sarà possibile chiedere un risarcimento per i danni provocati dalla mancata applicazione delle nuove norme contenute nel DSA.
Si potrà incorrere in sanzioni nel caso in cui “venissero presentate delle informazioni scorrette, incomplete o fuorvianti” oppure se non si provvederà all’immediata rettifica delle informazioni in oggetto.
Il regolamento sarà più stringente per le grandi piattaforme online (VLOP) e per i grandi motori di ricerca (VLOSE) rispetto alle piattaforme più piccole. Si segue cioè la formula “più sei grande, più ci sono rischi, più vincoli e controlli ti toccano”.
Tra gli obblighi più rilevanti (che potrebbero impensierire non poco anche i più ardenti free speech absolutist) segnaliamo: “obblighi in materia di gestione dei rischi, di risposta alle crisi e di prevenzione di abuso dei propri sistemi”, “condivisione dei propri dati chiave e dei propri algoritmi con le autorità e con i ricercatori autorizzati per comprendere l’evoluzione dei rischi online”, e ancora “prevenzione dei rischi sistemici come la diffusione di contenuti illegali o con effetto negativo su diritti fondamentali, processi elettorali, violenza di genere, salute mentale”, o magari “collaborazione nelle risposte alle emergenze”, o ancora non meglio definiti “codici di condotta specifici”.
La Commissione Europea per ora ha fornito l’elenco dei 19 tra VLOP e VLOSE, quasi tutti di provenienza USA. Fra meno di 50 giorni ognuna di esse dovrà dimostrare di essersi perfettamente allineata al nuovo perimetro tratteggiato dall’atto normativo del DSA. La lista di VLOP è la seguente:
- Alibaba AliExpress
- Amazon Store
- Apple AppStore
- Booking
- Google Play
- Google Maps
- Google Shopping
- Snapcaht
- TikTok
- Wikipedia
- YouTube
- Zalando
Tra i grandi motori di ricerca (VLOSE) invece ci sono due soli nomi: Bing e Google.
Recentemente, il Commissario Europeo per il Mercato Interno Thierry Breton ha lodato gli sforzi di Twitter a partecipare volontariamente a uno “stress test” volto a valutare la risposta dei social network e la capacità di compliance, cioè di obbedienza nella implementazione dei regolamenti, sottolineando “il forte impegno a conformarsi” ai Digital Services Acts del social di Musk. Toni decisamente cambiati dalle dichiarazioni fatte a maggio, quando Breton commentava a mezzo Facebook l’abbandono di Twitter del Code of Practice (codice di condotta) volontario usando ̶v̶e̶r̶e̶ ̶e̶ ̶p̶r̶o̶p̶r̶i̶e̶ ̶m̶i̶n̶a̶c̶c̶e̶ toni non del tutto rassicuranti, con frasi ad effetto del calibro di “You can run, but you can’t hide”, manco fossimo al cinema.

Viene spontaneo a questo punto chiedersi come mai Breton abbia cambiato idea sull’uccello azzurro, e che strana postura assumerà Twitter nel momento in cui dovrà sia ergersi a difesa del libero pensiero che fare gatekeeping e censurare insindacabilmente chi pubblicherà contenuti “disinformativi”, fuorvianti, decontestualizzati, che incitano all’odio, che discriminano e così via.
In occasione della sua visita ai quartier generali dei tech giant della Silicon Valley a giugno, il Commissario europeo ha aggiunto che “Twitter sta prendendo sul serio l'esercizio e ha identificato le aree chiave su cui deve concentrarsi per conformarsi al DSA", senza però fornire ulteriori dettagli in mertio. "A due mesi dall'entrata in vigore del nuovo regolamento UE” ha infine concluso Breton “il lavoro deve necessariamente continuare, cosicché i sistemi siano operativi e funzionino in modo efficace e rapido".
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi su ciò che sta accadendo, faccio un piccolo recap: fra poco più di un mese il sogno dei tecnocrati di Bruxelles di decidere chi o cosa può stare su internet diverrà realtà, ergo per continuare a operare in Europa sarà necessario che Amazon, Apple, Google, Twitter e compagnia cantante seguano pedissequamente il nuovo dettato normativo sul digitale imposto dalla Commissione Europea. Da notare che con l’implementazione dei nuovi regolamenti la “disinformazione” di cui si bercia oramai in ogni anfratto dibattimentale e che tanto preoccupa i tecnocrati unionisti verrà suddivisa nuovamente in macro aree, cioè le stesse usate negli ultimi anni per “disciplinare” il dibattito online: disinformazione medica per COVID-19 e pandemia, disinformazione civica per le questioni di integrità elettorale, disinformazione di crisi nel contesto della guerra in Ucraina e via così.
Fun fact: i disordini e le rivolte in Francia nelle settimane passate – per puro caso, beninteso – sono diventati argomenti retorici da pre-entrata in vigore dell’aggiornamento sui Digital Services Acts. Basti vedere quante volte siano stati usati per rispondere alle critiche mosse da chi pensa che l’aggiornamento delle norme dei DSA ledano diritti fondamentali come manifestare il proprio pensiero con la parola. “Non è ammissibile che queste cose accadano ancora, bisogna fare qualcosa” è il leitmotiv dei politicanti europei, tanto per cambiare. La dinamica è sempre quella: avere problemi ed emergenze a sufficienza per giustificare porcate soppressive bio-leniniste e totalitarie progettate per farti sentire ingenuo o fuori di senno anche solo a provare ad appellarti all’articolo 21 o in generale a uno qualsiasi degli articoli del dettato costituzionale. La verità è che ci hanno gradualmente addestrato a dimenticare la storia e a non accorgerci di quanto gravi fossero le sottrazioni di libertà e di diritti giustificati a suon di stati d’emergenza.
Il presidente francese Emmanuel Macron infatti ha di recente rilasciato una serie agghiacciante di commenti sui recenti sviluppi in Francia, in particolare sui giovani e l’uso criminale dei social network come TikTok e Snapchat per organizzare rivolte: “Bisogna pensare a come i giovani usano i social, in famiglia, a scuola; i divieti ci dovrebbero essere... quando le cose sfuggono di mano potremmo doverli regolamentare o tagliare” ha detto il presidente francese di fronte a più di 250 sindaci dei vari comuni interessati dalle rivolte, e ha poi aggiunto “… soprattutto, non dovremmo farlo nella foga del momento e sono contento che non sia stato necessario intervenire in tal senso. Ma penso che sia un vero dibattito, che dobbiamo avere in maniera onesta”. Parole che in una democrazia liberale come la Francia non avrebbero dovuto uscire da fauci presidenziali, e che tuttavia vanno a incasellarsi perfettamente con la retorica usata per vendere all’opinione pubblica l’idea dei nuovi DSA.

Si fa tanto per rimanere scettici, sobri ed equilibrati nelle analisi, per non vedere complotti ovunque, eppure non c’è giorno che qualche incidente o accadimento non venga strumentalizzato per cercare di sottrarre – devo dire spesso con ottimi risultati - gli ultimi brandelli di libertà che ci sono rimasti.
E tuttavia, nonostante i tentativi dell’Eliseo di fare ammenda e spiegare che Macron “non voleva dire quello”, il portavoce del governo Olivier Véran ha confermato che sarebbe stato istituito un comitato interpartitico per esaminare la modifica di una legge sulla sicurezza informatica attualmente in fase di esame in parlamento.
Il portavoce ha specificato inoltre che il governo ha fatto una "richiesta ferma" alle piattaforme di social media per rimuovere i materiali che incoraggiano la violenza il più rapidamente possibile e rimuovere l'anonimato di coloro che potrebbero violare la legge.
“Un giovane dovrebbe sapere che non può sedersi dietro il suo schermo e scrivere, organizzare o fare quello che vuole. L'anonimato in termini di offese non esiste. Devi capire che questo può avere delle conseguenze e le conseguenze possono portare a una punizione", ha poi detto.
E alla domanda se ciò significasse sospendere i social media, Véran ha aggiunto: "Potrebbe essere qualcosa come sospendere una funzione, come la geolocalizzazione".
Chiaro, no? La geolocalizzazione. Nothing to see here move along.
E per fortuna che non siamo in Russia, direbbero alcuni senza ironia.
Si noti bene che i regolamenti andranno a fare esattamente quello di cui blatera Véran (e molto altro ancora) - ma a tutti, non solo ai ragazzi che sfasciano la Francia per l’omicidio di un adolescente. Perché I tecnocrati a Bruxelles hanno già deciso per noi - per il nostro bene - che dal 25 agosto 2023 ciò che loro riterranno sia disinformazione, linguaggio d’odio, pericolo o minaccia alla sicurezza andrà insindacabilmente eliminato, pena sanzioni pesantissime. E ok, sarà inevitabile. Quindi rimettiamoci a sedere. Ma non c’è davvero nulla da fare di fronte alla deprimente ineludibilità di decisioni così sfacciatamente tiranniche? Beh, forse qualcosa da fare c’è. Innanzitutto bisognerebbe prendere coscienza di quanto sadica e sprezzante sia l’intera impalcatura europea. Rendersi conto di quanto oramai nessuno in Commissione finga neanche più di fare gli interessi degli europei e di quanto chi siede ai tavoli a Bruxelles sia solo un cameriere eterodiretto che parla, ma non dice niente perché è un oggetto politico manovrato da ventriloqui occulti, gente che non appare mai nei media, né in quelli nuovi e men che meno in quelli tradizionali perché non ha bisogno di apparire per contare qualcosa: ha le quote di maggioranza di ogni marchio o azienda sul mercato, e si nasconde ai piani alti dei più grandi centri finanziari del mondo.
Ecco, già cominciare a capire che il gioco è fatto apposta per far vincere sempre il banco, sarebbe un ottimo punto di partenza. Poi ci sarebbe da incazzarsi.
Un sereno post-25 agosto a tutti.