Napoli, pari con la Salernitana e festa scudetto rinviata

Appena terminata la sfida con la Salernitana, la squadra di Spalletti ad un passo dal trono calcistico italiano

Alessio Di Florio
30/04/2023
Attualità
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“Trentatre gli anni di Cristo Re” recita la smorfia napoletana. Come gli anni che Napoli ha atteso prima di questi giorni, prima della festa di un popolo intero che si ritroverà sul trono d’Italia. Erano un’Italia, un’Europa e un mondo profondamente diversi quando il Napoli di Maradona per la seconda volta trionfava in vetta. Sarà questo il primo scudetto senza il Re di un popolo, senza quel Maradona che fece e fa ancora sognare, l’unico campione che si identificò nel suo popolo, nelle migliaia di napoletani che oltre il tifo, oltre la sola passione sportiva viveva e vive qualcosa di molto più profondo. Era l’anno delle notti magiche. E ora Napoli sta vivendo nuove ore magiche, quella magia che è possibile solo sotto il Vesuvio.

In uno dei reportage entrati nella storia del giornalismo italiano di tutti i tempi Pansa esordì “scrivo da un paese che non c’è più”. Oggi invece scriviamo di un popolo che c’era, c’è e ci sarà. Quella Napoli da mille colori cantata da Pino Daniele, quei mille colori che riescono sempre a splendere oltre ogni avversità, ogni ingiustizia, ogni disgrazia, ogni sporco su una carta che – parafrasando sempre Pino Daniele – si esprime pulita. E colorata. 

Gli anni di Cristo Re stanno aspettando gli azzurri, quel Re issato sul calvario. E questi trentatre anni sono stati colmi di calvari, crocifissioni, dolori. Sportivi e non solo. Ripercorrere questi quasi sette lustri è ripercorrere la storia di larga parte d’Italia. Anni in cui fin troppe volte il peso di vicende nere e cupe, sporche e opache sono stati pagati sempre e soltanto da alcuni, i più deboli, impoveriti, emarginati. Maradona toccò il cielo con un dito, lo inondò di magia e poesia e cadde ripetutamente. Tornando poi ad incantare e far sognare, a vivere in una simbiosi d’amore con chi lo ha amato e si identificherà per sempre con lui. Oggi è anche il giorno, a proposito di persone che alla Campania dedicò la vita, dell’anniversario della morte di Roberto Mancini. Poliziotto ostracizzato, in conflitto con i superiori, scomodo per molti. I nomi di chi lasciò la sua informativa sulla “terra dei fuochi” sono caduti nell’oblio. Il nome di Roberto brilla ed è scolpito nella storia. Caparbio, fino alla fine, si interessò delle sue vecchie inchieste, si mise a disposizione – già malato e prossimo agli ultimi giorni – del giovane magistrato Alessandro Milita. E coloro che accusò alla fine hanno dovuto rispondere di fronte alla giustizia italiana. Condannati con sentenza definitiva. Roberto Mancini era morto, ucciso il 30 aprile 2014 dal linfoma contratto mentre indagava sulle discariche illegali, ma la sua caparbietà, l’amore per quella terra e la giustizia hanno vinto. Caparbio come i mille colori sotto il Vesuvio, come quel popolo che mai si è arreso e mai si arrenderà. Ad altre latitudini lo scudetto e il calcio sono sport e tifo, a Napoli è un popolo che galoppa e sogna come Maradona con i dribbling nella storica partita del 1986. 

Festa rinviata oggi. Ha tribolato durante Inter-Lazio con i biancocelesti passati in vantaggio e che per larga parte dell’incontro hanno resistito agli assalti nerazzurri. Ma alla fine il 3 a 1 finale ha sancito il trionfo nerazzurro. Contro una Salernitana robusta e coriacea gli azzurri hanno dovuto lasciar strozzare l’urlo in gola per oltre un’ora fino al colpo di Olivera. Quattro minuti dopo Elmas è arrivato ad un passo dal raddoppio. Solo sfiorato mentre la festa era già pronta ad esplodere. Mezz’ora di sogno ad occhi aperti, mezz’ora ad attendere la conclusione di quegli anni di Cristo Re. A meno di dieci minuti dalla fine il pari segnato da Dia ha rinviato tutto. Bisognerà attendere ancora alcuni giorni fino al prossimo turno e la partita con l’Udinese. Ma il Napoli di Spalletti è ad un passo, solo la matematica e un piccolo scorcio del calendario separa da un  cielo sopra l’Italia azzurro come non mai e la festa grande. La squadra di Spalletti, una città intera, un popolo sotto il Vesuvio fisico e con mille vesuvi nel cuore in ogni parte d’Italia (e non solo, perché si segnalano festeggiamenti in preparazione anche fuori dalle frontiere tricolore) sarà sul trono, sarà Re d’Italia. Napule e mille culure che inondano e danzano. Il sogno sta per diventare realtà, piena e totale realtà. E la festa esplodere, trentatre anni dopo le notti magiche è un ad passo una nuova notte di totale magia. 

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