È giunta ad una conclusione la vicenda giudiziaria intorno alla “trattativa Stato mafia”. Per la giustizia italiana ora c’è una verità definitiva, sancita dalla sentenza emessa dalla Corte di Cassazione in queste ore.
Al centro delle indagini condotte dalla Procura di Palermo, iniziate dall’allora pm Antonio Ingroia e proseguita poi da Nino Di Matteo e altri magistrati, cosa accadde tra pezzi dello Stato – segnatamente i Ros dei Carabinieri guidati da Mario Mori – e Cosa Nostra dopo la stagione stragista 1992-1993. La strategia criminale ebbe nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio, in cui furono uccisi Giovanni Falcone e la moglie, Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, i momenti culminanti dell’attacco al cuore dello Stato. Ma altri furono gli attentati, fino a quello fallito allo Stadio Olimpico di Roma, che colpirono anche varie città italiane. Secondo l’accusa della procura di Palermo dopo quelle stragi pezzi dello Stato decisero di trattare e scendere a patti con i boss.
In primo grado pesanti erano state le condanne - erano stati condannati a 28 anni di carcere il boss Leoluca Bagarella, a 12 anni Dell'Utri, Mori, Subranni e Cinà e a 8 anni De Donno - in appello erano subentrate molte assoluzioni e secondo i giudici il comportamento di Mori e altri esponenti delle istituzioni non costituì reato. Furono assolti l'ex senatore Marcello Dell'Utri, il generale Mario Mori, il generale Antonio Subranni e l'ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno, tutti e tre ex ufficiali del Ros, ridotta la pena a 27 anni per il boss corleonese Leoluca Bagarella e confermata a 12 anni per il medico Antonino Cinà.
Con la sentenza odierna diventano definitive le assoluzioni per gli ex ufficiali del Ros, il generale Mario Mori, il generale Antonio Subranni e l'ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno e per l’ex senatore Marcello Dell’Utri per “non aver commesso il fatto”. Dichiarata la prescrizione per il boss corleonese Leoluca Bagarella e per il medico Antonino Cinà. Il reato contestato di “violenza e minaccia ad un corpo politico dello Stato” è stato derubricato in “tentativo”, fattispecie per la quale è scattata la prescrizione.