Galleria Continua presenta per la prima volta nei suoi spazi romani, all’interno
del prestigioso hotel The St. Regis Rome, la mostra personale di una figura di spicco della
scena artistica internazionale, Yoan Capote dal 30 settembre al 3 dicembre e visitabile dal martedì al sabato.
La mostra, dal titolo “Elegy”, presenta opere che fanno riferimento con un approccio
profondamente concettuale ed emotivo al Paesaggio. Qui possiamo apprezzare il dialogo
che si crea tra le opere dell’artista ed alcune sculture che spingono gli iconici paesaggi
marini di Capote verso uno spettro di riflessione più ampio e globale, sottolineando i valori,
il simbolismo e l'importanza culturale dei materiali utilizzati per creare questi dipinti: ami da
pesca riciclati, catene rotte, recinzioni di filo, filo spinato smontato, foglia d'oro, gesso e
altri.
Sebbene tutte le opere in mostra riflettano sul tema della migrazione da una prospettiva
locale e universale, è importante notare come queste assumano anche significati con
sfumature sociali e politiche. La serie “ISLA” è stata inizialmente ispirata ai ricordi e alle
esperienze personali dell'artista durante gli anni '90 a Cuba quando in prima persona fu
testimone della forte crisi di quel periodo. Ma, in realtà, fu il concetto ideologico de “la
cortina di ferro”, utilizzato durante la guerra fredda, a dare una forma definitiva a questa
idea. I dipinti composti da ami da pesca sono destinati a trasformare l'immagine del mare
in una recinzione metallica e una superficie tattile che si rivolge allo spettatore e crea un
contatto simbolico con l'oggetto. Questo mare-recinzione diventa, quindi, metafora di un
muro per la stessa Cuba, unico paese che durante la Guerra Fredda non ha potuto erigere
barriere artificiali e si è dovuta avvalere dell’elemento naturale a lei circostante.
Capote dichiara “L'assurdo atto di liberare il filo spinato dalla sua aggressività toglie tutte
le sue estremità aguzze e lo riporta alla sua forma diritta primaria. Vedo questo come una
metafora della purificazione dell'oggetto e della sua funzione, e qualcosa di simile accade
quando tutte le maglie della catena sono frammentate e piegate con il fuoco”. L'azione
ossessiva e quasi politica dell'artista di tagliare manette e fili con strumenti da gioielliere,
trasformandoli in linee fragili che disegnano cieli nuvolosi e vasti orizzonti, crea una forma
di poesia visiva. Per Capote, si riferisce alla ricerca della libertà come parte intrinseca della
natura umana.
La mostra si compone così di opere realizzate attraverso un laborioso processo materiale e
produttivo che si concentra sull’esame dei comportamenti e degli stati psicologici dai più
intangibili ai più viscerali, alludendo ad ideali, come la speranza, la vita e la libertà, con il fine
ultimo di costruire luoghi di ottimismo.