Mentre in Italia ci si avvia a una timida riapertura delle attività dopo due mesi e mezzo di lockdown dovuto all'emergenza Coronavirus, ecco che i virologi ed epidemiologi divenuti star della Tv e dei media ci avvertono che il virus è ben lungi dall'essere sconfitto, che il pericolo di contagio è ancora presente, che saranno possibili recrudescenze e nuove ondate in un futuro prossimo e ci prospettano un'estate barricati in casa o nella migliore delle ipotesi murati vivi in prigioni di plexiglass.
Se all'inizio dell'emergenza molti paragonavamo la situazione a una guerra, ora ci si rende conto che un conflitto sarebbe stato quasi più auspicabile della contingenza che stiamo vivendo. Combattere contro un nemico invisibile che potrebbe annidarsi ovunque, anche nelle nostre case, non è minimamente paragonabile a una guerra come l'hanno conosciuta i nostri genitori e i nostri nonni. Se per esempio, durante l'orrore dei bombardamenti, ci si riuniva nei rifugi e si stabiliva una comunanza e una socialità che aiutavano ad affrontare i momenti di tensione e di paura, oggi siamo costretti a distanziarci dagli altri, e abbiamo timore dei contatti con il prossimo poiché potenziale infetto asintomatico.
Condannati alla virtualità dei rapporti, siamo indotti a diventare monadi, a barricarci nella nostra fortezza della solitudine, a temere la vicinanza di amici, familiari e amanti, basti pensare alla lunga e risibile diatriba sui "congiunti". Se durante la guerra, vi erano delatori che denunciavano potenziali nemici o eventuali doppiogiochisti in combutta con le forze avversarie, in questa emergenza abbiamo assistito alle denunce e ai linciaggi sui social network di persone che semplicemente erano scese nei parchi a fare esercizio fisico (prescritto spesso clinicamente per problemi di diabete, tanto per fare un esempio). Ogni giorno ci si scontra su Facebook su foto di presunti o effettivi "assembramenti" disquisendo su distanze vere o presunte fra persona e persona, misurando metri, centimetri, millimetri che ci separano dal nostro prossimo, in una caccia all'untore che coinvolge tutti e in cui tutti siamo potenzialmente tacciati come colpevoli.
E se durante la guerra almeno ci si poteva rivolgere un sorriso di solidarietà nella tragedia che non solo minaccia la nostra incolumità ma che ci impoverisce finanziariamente e ci rende sempre più esasperati e incattiviti, il coronavirus c'impone la mascherina che ci cancella il sorriso. No, non dite che l'emergenza covid-19 è come una guerra. È molto peggio.