Eurobond si, eurobond no. Perché i cosiddetti falchi sono così ostili ad implementarli?
La propaganda partitica, che mai come oggi prospera nelle semplificazioni, ha pronta all’uso la solita retorica nazional-sentimentale: Germania, Olanda & Co, o sono affetti da una specie di miopia economica, di cui solo loro non sembrerebbero rendersi conto, o sono d’accordo nell’indebolire “il paese più bello del mondo” per rubare tutte le sue risorse.
Ci credete? E’ questo ciò a cui l’analisi economica si è ridotta? La realtà, come sempre, è molto più articolata e complessa. L’Unione Europea fa quello che gli Stati Membri decidono di concederle. Essa non è un’entità astratta dotata di libertà ed autonomia politica, ma una federazione di stati che, liberamente e di comune accordo, scelgono di trasferirle competenze nell’interesse delle nazioni stesse.
Eurobond, un po' di chiarezza
Gli eurobond sono titoli di debito emessi da una ipotetica agenzia dell’UE (BEI, BCE, MES) a nome di tutti i paesi dell’area Euro, garantiti solidalmente ed illimitatamente per gli stessi. Ciò pone diversi problemi.
Il tasso di interesse di un eurobond rispecchierebbe con tutta probabilità una media del rischio percepito dai mercati nel prestare ad ogni singolo paese. Non si capisce bene il motivo per cui stati "a basso debito", che oggi si finanziano a tassi più bassi, dovrebbero accettare un aumento del loro costo di finanziamento, mentre stati “ad alto debito” vedrebbero magicamente scendere quest’ultimo grazie, non ad una aumentata affidabilità della loro economia, ma ad un effetto “solidarietà”. Ma Ipotizziamo che, grazie all’“effetto unità”, il tasso sugli eurobond fosse pari al più basso tra quelli dei diversi paesi partecipanti, quello tedesco.
La “mutualizzazione del debito” comporta la partecipazione dei paesi forti al rischio di quelli più deboli ed ecco prospettarsi quello che comunemente in economia, di certo non su FB, lì sentirete parlare soprattutto di buoni e cattivi, viene definito “azzardo morale”.
Quale individuo razionale parteciperebbe al rischio economico di un altro senza poter influire sul modo in cui quest’ultimo gestisce il denaro comune?
Di certo converrebbe al soggetto debole, che vede nei comportamenti virtuosi del forte una implicita garanzia, ma non a quest’ultimo, che chiederebbe condizioni ed avrebbe anche ragione nel farlo. La “condizionalità” porterebbe probabilmente ad un’aspettativa di politiche di bilancio rigide “autorealizzante”, che minerebbe a sua volta la sostenibilità del debito.
Quando la realtà si scontra con la fantasia
Tecnicamente, per superare le obiezioni relative all’azzardo morale ed alla condizionalità, un’UE che emette debito deve avere bilancio e controllo politico. Per avere un bilancio deve avere capacità di operare prelievo fiscale, ma non sembrerebbe che nell'orizzonte dei singoli governi vi sia un’ulteriore cessione di sovranità, in questo caso del potere impositivo, dalle istituzioni nazionali a quelle europee. Non meno importante, si può cedere il potere impositivo senza che vi sia un effettivo Governo Europeo legittimato da elezioni comunitarie?
E’ evidente come queste problematiche abbiano portato il dibattito nell’ultimo Consiglio al punto di rottura acclamato come la “ferma presa di posizione del Governo Italiano”, ma che in realtà delinea semplicemente l’enorme difficoltà nel superare questioni che necessitano di riforme politiche di lungo periodo con conseguennte modifica dei trattati. Come in premessa: l’Europa fa quello che gli stati le concedono di fare.
Dall'economia alla politica
Il punto è che per fronteggiare la crisi in atto servono principalmente politiche fiscali espansive finanziate in deficit grazie alla sospensione del patto di stabilità. Tali politiche porteranno ad un aumento del debito pubblico dei singoli stati e per quelli “ad alto debito” ciò comporterebbe un sicuro aumento dei tassi di interesse. Ciò dimostra quanto sia illusoria la frase "ce lo chiede l'Europa, in realtà "te lo chiedono i mercati".
Per ovviare a tale problematica, la BCE sta finanziando il debito pubblico italiano acquistando titoli sul mercato, tramite il Quantitative Easing per un totale di 220 MLD In un anno, il 12% del PIL, una somma enorme. L'acquisto di titoli passa per il mercato e, congiuntamente alla richiesta di titoli da parte degli operatori finanziari, aumenta la domanda di titoli italiani comportando una riduzione dei tassi di interesse. Non solo, il mercato non risente esclusivamente delle variazioni di domanda ed offerta di titoli, bensì è caratterizzato da ciò che comunemente viene definita "incertezza", per emplificare: si spaventa facilmente. Allo stesso modo è ingenuo ed è facile rassicurarlo con dichiarazioni intelligenti, di certo dissimili alle prime della Lagarde.
Essendo le scelte della Banca Centrale prese a maggioranza, tale azione potrà continuare solo costruendo alleanze stabili con gli stati convergenti con gli interessi italiani, gli 8 degli eurobond per intenderci. Scontri come quelli avvenuti in Consiglio Europeo serviranno ai singoli stati per aizzare le folle e prendere voti, ma barricate e pugni sul tavolo le possiamo lasciare ai bambini, ora servono: strategia, capacità negoziale e competenza politica.
La domanda da porsi è quali strade sono perseguibili nel fronteggiare questo fenomeno e non quali azioni vorremmo, in un mondo meraviglioso ed immaginario, che l'Europa ponesse in campo. Per dirla alla Conte, questo è un momento storico e solo la storia saprà raccontare se i nostri rappresentanti saranno stati all'altezza della situazione.