Presentare un autore come Franco Rizzi significa parlare di una persona che ha condiviso, da sempre, la passione per il suo lavoro con quella per la scrittura.
La laurea conseguita in ingegneria elettronica presso il Politecnico di Milano lo ha portato, in passato, a dirigere l’azienda di famiglia e lo ha visto viaggiatore nel mondo per lavoro, ma con lo sguardo attento alle realtà incontrate; esperienze che, puntualmente, ha trasmesso nei suoi scritti.
Viaggiare per lavoro è stato sicuramente una fortuna, ma credo che anche se non avessi viaggiato il risultato non sarebbe stato molto diverso. Infatti nello scrivere non si trasmette tanto la realtà esterna, quanto piuttosto una pseudo realtà elaborata al nostro interno.
Lei ha all’attivo una dozzina di romanzi e, come ha dichiarato, numerosi sono stati gli incontri con persone molto diverse tra loro. Quelli che ha definito “uomini comuni, imbroglioni, ciarlatani, massoni, persone per bene, altre poco raccomandabili, tecnici competenti e tecnici mediocri, manager diabolici, dirigenti presuntuosi” sono poi diventati personaggi delle sue storie?
Sì, certamente. Definirli in un qualche modo, ha significato collocarli in una precisa “biblioteca” di personaggi, da cui poi diventava naturale prelevarli e utilizzarli nei romanzi che ho scritto.
L’ultimo suo romanzo: “1974 – 1981 anni difficili” segue le vicende di tre uomini, che, per volontà del destino, vedono le loro vite intrecciarsi. Vuole parlarci, senza troppo svelare, della trama del romanzo e del motivo che l’ha spinto ad affrontare certi temi?
Ho voluto raccontare qualcosa che ho vissuto da vicino, anche se trattandosi di argomenti un po’ scabrosi ho atteso un po’ di anni prima di farlo. Uno dei tre è una specie di io narrante, il secondo è un fascinoso poco di buono, il terzo è un amico perduto.
Già nel titolo il romanzo prende in esame un periodo ben preciso: sette anni che hanno segnato in modo indelebile la storia del nostro Paese. Ha trovato difficoltà nel ricostruire il clima di allora e nel delineare i personaggi che lo caratterizzavano?
No, nessuna difficoltà perché quei giorni sono rimasti ben delineati e presenti nella mia memoria.
La sua passione per la storia la ritroviamo nelle sue opere come costante. Ha qualche periodo che le suscita interesse in modo specifico? Se sì, perché?
Sicuramente il periodo che più mi ha affascinato è quello del 1789, cioè della rivoluzione francese. Impossibile non sentirne tutto il fascino, il timore, la bellezza, l’amore.
Se per Pavese vivere era un mestiere, per lei lo è lo scrivere. Non crede che ci siano forti analogie tra le due interpretazioni?
Sì, anche per me sono praticamente la stessa cosa. Avevo intitolato “il mestiere di vivere” anche il racconto della mia vita, che naturalmente non ho mai pubblicato!
Il suo amore per la scrittura lo ha portato a fondare ad Adro, dove vive, una sua Casa Editrice: La Paume. Sbaglio se credo che le due attività, quella di editore e di scrittore, non lo abbandoneranno tanto facilmente?
Purtroppo sono io che dovrò abbandonarle. La vita ha un termine e il mio non è poi molto lontano, anche se, per dirla con Cavaradossi, “non ho amato mai tanto la vita!”