Intervista al fotoreporter Giulio Magnifico - di Andrea Di Lenardo

Dalla guerra in Medio Oriente all'Europa: il percorso fotografico dei profughi

Andrea Di Lenardo
19/08/2017
Interviste
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Giulio Magnifico, fotografo freelance friulano ventottenne, ha studiato al Liceo Artistico di Udine Filmica e Fotografia.  Ha effettuato servizi fotografici nella sua città, lungo il confine Turco-Siriano, in Iraq, al confine Croato-Sloveno e in Sicilia durante gli sbarchi dei migranti. Recentemente ha collaborato con il giornale tedesco ’Der Spiegel’ per due reportage e con il giornale inglese ‘’The Indipendent’’. Gli è stata dedicata una mostra personale con 70 foto a Tolmezzo (provincia di Udine), al MED Photo Fest, nella Albumen Gallery di Londra,  nella biblioteca Classense di Ravenna, nello studio fotografico Piccinin di Udine, nel ristorante Pepata di Corte a Udine e al Caffè dei Libri sempre a Udine. Sono state pubblicate diverse interviste su siti online come DPreview e Flickr, presenzia a conferenze presso università, circoli fotografici e scuole superiori.

Altre informazioni sono presenti sul sito web: www.giuliomagnifico.it

D: Per iniziare, vorrei chiederti come nasce il tuo interesse verso il tuo lavoro artistico in generale? Come ti sei accostato alla fotografia in particolare?
R: Il mio interesse deriva dalla passione per il cinema. Ho iniziato a frequentare il liceo artistico di Udine (“G. Sello”), indirizzo fotografia e filmica. Dopo i primi due anni mi sono reso conto che, più che dalla filmica ero attratto dalla fotografia, nonostante la mia passione per il cinema resti sempre presente in me. Per quanto riguarda la pratica, oltre i laboratori di fotografia frequentati a scuola, ho iniziato, da ragazzino, con fotografie banali, come quelle che scattavo in viaggio con la fotocamera di mio papà e così mi sono reso conto che mi piaceva raccontare e immortalare quello che vedevo, in modo da ricordarmelo. Da lì è nata la fotografia come reportage di viaggi, così da poter far vedere agli altri quello che vedevo io, raccontare le storie nel migliore dei modi possibile. Al “Sello” ho imparato la tecnica fotografica, e dei corsi di grafica frequentati inseguito, mi hanno aiutato molto a capire l’analiticità di un’immagine, a capire com’è essenziale la grafica anche nel riportare tutto questo nella fotografia. Nonostante i corsi, però, mi sono reso conto soprattutto da solo di come si facevano le foto, non ho mai avuto troppi punti di riferimento. Penso che se ti lasci influenzare fai qualcosa di già visto.

D: Quali sono state le tue influenze principali? Alcuni fotografi, o artisti in generale, o stili che senti più prossimi?
R: A livello di foto-reporter ci sono diversi fotografi che mi piacciono, ma l’ispirazione è una cosa, l’imitazione un’altra. Cerco sempre di non imitare nessuno e di avere un mio stile. Come fonte di ispirazione ho avuto – sia fotografi di guerra che no – Robert Doisneau (1912–1994), reporter francese che mi è sempre piaciuto, Sebastião Salgado (1944-), Robert Capa (1913–1954), tutti grandi reporters che mi hanno colpito soprattutto per la loro capacità di viaggiare, oltre che di fotografare. Mi piacciono anche il primo Steve McCurry (1950) o contemporanei come Fabrizio Gatti (1966), sono quelle persone che si avvicinano alla scena, che entrano nella scena, per fare le foto che mi affascinano: se stai su un palazzo a scattare foto con il teleobiettivo, penso che non riuscirai a cogliere l’animo delle persone come puoi fare a cinquanta centimetri da loro. Quello che mi piace è stare lì, parlare con le persone, entrare nel loro mondo da solo e capire qual è la loro condizione e loro riescono a spiegarmela nel migliore dei modi innanzitutto se sono lì con loro e se non si sentono distratti da altre persone estranee come potrebbe essere un compagno di viaggio. Infatti essere lì con una persona del luogo è una cosa, con un altro estraneo è un’altra cosa. Inoltre devi saper cogliere quello che le persone vogliono comunicarti, anche senza capire a fondo la loro lingua, ad esempio durante la guerra in Medio Oriente mi chiedevano semplicemente di raccontare e riportare al mondo quello che succede lì in Iraq o in Siria. Troppo spesso nel mondo occidentale non si conosce la situazione di luoghi così distanti da noi. Tornando alla tecnica, credo quel sia molto importante, ma la principale capacità tecnica è la capacità di riuscire a trasmettere il messaggio che vuoi comunicare alle persone che vedono la foto, altrimenti fai una foto tecnicamente bellissima, ma assolutamente priva di messaggio.

D: In questi giorni a Udine, presso il Caffè dei Libri, si teneva un’esposizione di tue fotografie scattate in un campo profughi in Iraq, cui accennavi. Devo dire che sono veramente toccanti, ma non banalmente commoventi. Penso alla profondità degli occhi, quasi vitrei, degli anziani, o al sorriso, nonostante tutto, su quello dei bambini. Ce ne puoi parlare?
R: Sono andato in Iraq nel 2014 e l’idea è nata dal viaggio precedente che ho fatto sul confine tra Siria e Turchia e dall’altro viaggio come inviato per «Der Spiegel» lungo le coste della Sicilia per assistere agli sbarchi e documentare la situazione dei profughi durante l’operazione “Mare Nostrum”. Avendo visto i profughi che uscivano dalla Siria ed entravano in Turchia, mi mancava l’Iraq. Così spinto dalla curiosità ho preso delle informazioni capendo che si poteva andare anche da soli, che era rischioso, ma fattibile. Sono partito da solo e sono atterrato in Turchia. Da lì ho preso un pullman e sono entrato in Iraq, non mi fidavo di atterrare direttamente in Iraq perchè è più sicuro ripartire da un aeroporto in Turchia e un volo in Turchia costa molto meno. Inoltre volevo visitare la zona di confine dove si ammassano i profughi che cercano di uscire dal territorio iracheno. Passato il confine iracheno mi sono fatto lasciare ad una pompa di benzina e un personaggio che aveva una tunica bianca e un kalashnikov al collo mi ha accompagnato ad un taxi. Non era un peshmerga curdo, ma un semplice guerrigliero locale. È andato tutto bene. Giravo le città e ho conosciuto delle persone sul luogo, autoctoni che scappavano anche loro dallo stesso dramma che hanno vissuto centinai di migliaia di Yazidi. Questa etnia è un gruppo etnico-religioso di origine e lingua curda, diffuso in tutto il caucaso e soprattutto nel Kurdistan Iracheno, il loro nucleo principale è nella regione di Mossul a Shaikhan, e nel Gebel Singiar a 160 km circa da Mosul, ma quando l’Isis ha invaso l’Iraq verso Mosul, essi si sono trovati in poche ore costretti a scappare per non diventare schiavi o doversi convertire all’Islam predicato dal’isis, scappando a piedi sul monte di Sinjar, dove elicotteri americani e inglesi portavano queste persone nel più sicuro Kurdistan, oltre la linea dei peshmerga.

D: Quante persone compongono questa etnia?
R: Si parla di qualche dozzina di migliaia di persone, forse cento mila. Nonostante non fossero molti, il Kurdistan non era attrezzato per aiutare queste persone. Così le scuole non erano più scuole ma diventavano campi profughi, e c’era il doppio dramma dei bambini kurdi iracheni che non potevano andare nelle loro scuole e dei profughi che ci vivevano dentro in esilio. Ad ogni modo i curdi erano molto ospitali e ogni luogo veniva allestito al meglio per far vivere i profughi. Sia i curdi che gli yazidi sono un popolo fantastico. Potrei raccontare molti episodi di ospitalità e benevolenza nei miei confronti, ne racconterò solo uno: un signore conosciuto al mercato, mi ha comprato un cellulare da utilizzare sul luogo, senza volere assolutamente dei soldi. Veramente ospitali!

D: Quali sono stati i tuoi progetti più significativi e dove hai lavorato, oltre all’esperienza dell’Iraq?
R: Sono stato anche lungo il Rojava, a Kobane e Tal Abyad, nel Kurdistan siriano. Lì noti le differenze a livello di lineamenti e di aspetti religiosi, ma restano tutti delle persone fantastiche e molto accoglienti.

D: Come lingua?
R: Come lingua è diversa, è curdo. Ci sono delle differenze. Tra l’arabo siriano e quello iracheno ci sono delle differenze. Tra l’iracheno e il curdo ce ne sono altre ancora.

D: Quanti giorni sei stato lì?
R: Il viaggio è durato sette giorni ma in Iraq sono stato credo cinque o sei giorni.

D: Dicevi che hai lavorato come inviato per il più importante settimanale tedesco, «Der Spiegel».
R: Sì, ho lavorato come inviato per «Der Spiegel» in Sicilia. Dopo sono andato al confine tra Croazia e Slovenia a vedere il percorso dei migranti nei Balcani. L’anno dopo invece sono tornato tra Siria e Iraq percorrendo la regione di confine con il Rojava. La mia idea iniziale era quella di raggiungere Aleppo, ma quando arrivi lì ti rendi conto di rischiare la vita perché la Siria è terra di nessuno. La prima macchina che ti affianca potrebbe rapirti. Ho parlato con degli jihadisti entrati in Turchia, che mi hanno raccomandato di non entrare in Siria perché, una volta varcato il confine, diversi gruppi avrebbero combattuto tra loro per rapirmi, sia per chiedere soldi sia per rivenderti ad altri gruppi: un gruppo piccolo ti rivende a un altro gruppo più grande, finché potresti finire anche nelle mani dell’Isis. Questa era la cosa di cui avevo paura. Bisogna stare molto attenti.

D: Lì oltre all’Isis e al governo di Assad c’è una miriade di altri gruppi che combattono fra loro.
R: Assolutamente. Ci sono i ribelli che hanno cominciato a ribellarsi contro Assad, nel 2008. Sono sempre jihadisti. Poi si è formato il Daesh, l’Isis, una porzione di al-Qaeda che si è separata da al-Qaeda quando al-Baghdadi si è auto proclamato califfo. Hanno avuto anche degli scontri con al-Qaeda perché si contendono gli stessi territori.

D: I singoli gruppi si rifanno a diverse correnti religiose?
R: Ci sono scontri a livello di religione tra sunniti e sciiti, però anche tra quartiere e quartiere. Ed è quella la cosa strana. Sono sunniti quelli di Free Syrian Army (l’esercito che combatte contro Assad) e sono sunniti quelli del Daesh. Sono tutti jihadisti sunniti, ma combattono tra loro perché hanno idee diverse: gli uni per liberare la Siria da Assad, gli altri per prendere il controllo e creare lo Stato Islamico.

D: E il regime di Assad come l’hai visto?
R: Non ho avuto modo di avere rapporti col regime di Assad.

D: Ma sei riuscito a vedere come è percepito dalla popolazione?
R: La popolazione, in particolare chi è riuscito a scappare dalla Siria, dice che il regime di Assad è terribile, non avevano libertà di parola, non potevamo vivere liberamente. Però… piuttosto di quello che succede adesso, cioè la morte quando escono di casa…

D: … l’Isis.
R: Sì, ma non solo l’Isis, anche il Free Syrian Army può uccidere, le bombe sono sempre bombe… la guerra fa sempre vittime tra i civili innocenti.

D: La guerra civile.
R: Sì, la guerra civile. Eh, quale fazione è meglio e quale è peggio? Difficile stabilirlo con le regole classiche. In aggiunta c’è il problema che loro non vogliono un aiuto esterno, vogliono risolvere i loro problemi da loro, perché sanno che se mai arrivasse un aiuto esterno, questo pretenderebbe qualcosa in cambio. Quindi preferiscono avere un supporto da “dietro le linee”, come ad esempio le armi, e poi combattere e conquistare territorio loro stessi.

D: Infatti c’è la contesa tra Stati Uniti, Russia, o almeno c’era al tempo di Obama.
R: C’è, c’è ancora.

D: Tra l’altro la Russia ha uno dei suoi porti militare in Siria.
R: Sì, e c’è la base di Lataqia tra Homs e Aleppo. E ci sono i Cinesi in mezzo che hanno grossi interessi economici. Poi ci sono i francesi, gli inglesi, il Qatar, l’Arabia Saudita e non dimentichiamoci degli Italiani che adesso sono ufficialmente in Iraq a difendere la ricostruzione della diga di Mosul, che era stata danneggiata dai bombardamenti e ora un’azienda italiana ha vinto il concorso per effettuare i lavori di restauro. Comunque i più attivi combattenti sono i peshmerga iracheni, sono loro l’avamposto della coalizione europea/americana per la liberazione di Iraq e Siria. Sono curioso di vedere cosa succederà, perché, secondo me chiederanno…

D: … un solo Stato?, confederazione democratica?
R: Sì, perché si sta creando una zona ampia tra Kobanê, Mosul, e la fascia del Rojava dove la coalizione punta a creare un’area cuscinetto, e chissà se in futuro potrebbe anche crearsi uno stato indipendente… però penso che la Turchia non lo concederà mai.

D: E tra di loro hanno scontri?
R: Penso tra P.Y.K., P.K.K. Quelli sono partiti, partiti armati ma tra di loro non ci sono forti scontri. Hanno idee diverse ma non sono in lotta fra loro.

D: Si è parlato di strategie false flag, attentati di Stato turchi fatti passare per kurdi. È possibile sia andata così secondo te?
R: In quella zona lì tutto è possibile. Io non ci credevo ma nel Kurdistan turco mi hanno fatto vedere dei video di carri armati dell’Isis montati sulla ferrovia che corre dentro la Turchia lungo il confine tra Turchia e Siria. Per arrivare a Kobanê l’Isis sembra sia passato per la Turchia e la Turchia non li ha mai ostacolati, anzi…

D: Sì, c’è stato anche lo scandalo del figlio di Erdogan che aveva interessi vendendo il petrolio all’Isis.
R: Gli interessi finanziari sono sempre presenti, nonostante quello che una persona politica può comunicare pubblicamente.

D: Come nasce il processo creativo del fotografo, per te? Non è solo teoresi come per un dipinto, ma gli si può accostare un fine divulgativo, di denuncia, sociale, politico, giornalistico persino.
R: Il compito della fotografia secondo me è quello di narrare qualcosa agli altri, di permettere agli altri di immaginare qualcosa tramite le immagini che osservano. Un po’ come è per la radio che non ti fa vedere direttamente, ma immaginare. Per questo per me è fondamentale che ci sia l’elemento umano dentro la foto, perché altrimenti quella foto sì, può essere bella, piacevole, ma trovo le manchi qualcosa, quello che siamo noi: l’elemento umano. Trovo sia fondamentale. Se vedi cadere una bomba, fotografi questo: anche lì c’è l’elemento umano, è l’uomo che costruisce le bombe. Se fotografi un albero, avrai fatto una foto tecnicamente bella, che magari ti ricorda il bell’odore che hai sentito, ma la persona che vede la foto non può sentire quell’odore perché non era con te. Se invece l’albero, per assurdo, viene tagliato da una motosega, le cose cambiano: anche solo guardando la foto puoi sentire quella sensazione di fastidio per l’abbattimento dell’albero, perché c’è l’elemento umano che si inserisce all’interno dell’immagine. C’è un contrasto, ecco! La vita, l’animo, è nel contrasto, tra bianco e nero, bene e male. Senza contrasto si appiattisce tutto, anche tra le persone: le discussioni e i contrasti tra diversi pensieri sono fondamentali, se fossimo tutti d’accordo non avremmo niente per cui vale la pena di sentire il parere di un’altra persona.

D: Soprattutto in uno scenario dove c’è il solo giornalismo fatto di lettere e righe, nel quale manca l’elemento visivo di supporto, mentre in Con una foto ogni persona può farsi una propria idea, vedere.
R: Esatto, cercare di esser il più oggettivo possibile. Anche se la totale oggettività è utopistica, perché quando punti la macchina fotografica in una scena, hai comunque deciso di dare importanza a quella scena.

D: Oggi la nuova etnologia dice lo stesso, di cercare di mettere il proprio punto di vista, quasi dichiarare il proprio soggettivismo per essere il più oggettivo possibile.
R: Sì, un gran fotografo è quello che riesce a trasmettere emozioni e sentimenti nella maniera più neutra possibile, far parlare le immagini e non parlare lui, se non nel limite di dare un indirizzo, ma non un’influenza.

D: Prima di salutarci, ringraziandoti per aver voluto condividere il tuo lavoro, ti chiedo se stai lavorando attualmente a qualcosa o se hai già in mente già degli altri progetti futuri.
R: In questo momento ho delle esposizioni in corso. Avevo pianificato un viaggio in Libano, ma sto abbandonando l’idea perché ho saputo che entrare in Siria dal Libano con la macchina fotografica, è davvero difficile. Quindi un’altra idea era di tornare tra Iraq e Siria, anche se ci sono già stato volte, però a me piacciono quei luoghi e adesso che hanno liberato Mosul, vorrei provare ad andare direttamente a Mosul.

D: Quindi seguendo sempre quel contesto e i profughi?
R: Sì, vado a documentare dove credo vi sia qualcosa di interessante per le altre persone che osserveranno il mio reportage.

D: C’è una situazione di cui sei più soddisfatto tra la Sicilia e tutti gli altri viaggi che hai fatto?
R: Mi è piaciuto, e credo anche mi sia servito per crescere, il viaggio in Iraq. Perché ero solo e mi è stato molto utile. Anche se mi sono reso conto di quello che ho visto e fotografato, solo alla fine di tutto. Mentre tornavo indietro in corriera e riguardavo le foto, mi sono anche messo a piangere. Finché hai la macchina fotografica davanti non ti rendi veramente conto di quello che hai davanti, la macchina fotografica funge da “filtro” tra te e quello che sta davanti. Ed è solo quando non sei più sotto tensione che ti accorgi veramente di quello che hai visto…

Fotografie di Giulio Magnifico, profughi, confine siriano, 2014, più fotografia dello stesso Giulio.

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