Testo del documentario su “Exodus” di Di Lenardo e De Angelis, di prossima uscita

Andrea Di Lenardo
10/01/2017
Arte e Cultura
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Il saggio storico Exodus. Dagli Hyksos a Mosè: analisi storica sui due Esodi biblici di Alessandro De Angelis e Andrea Di Lenardo, studente ventiduenne di Storia presso l’Ateneo veneziano “Ca’ Foscari”, pubblicato a ottobre 2016, parla di Mosè, il personaggio più famoso della Bibbia dopo Gesù. La storia dell’Esodo biblico e il conflitto con il faraone possono avere un fondamento storico? Il mito di Mosè potrebbe aver avuto origine, in parte, da un personaggio storico realmente esistito? La nostra indagine ha inizio dall’analisi di due opere dello storiografo ebreo Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche e Contro Apione, in cui si parla di Mosè e, nella seconda, si riporta quanto scritto dallo storiografo egiziano Manetone, il quale afferma che Mosè fosse un sacerdote egizio del Sole, durante un periodo di 13 anni, vissuto sotto un faraone di nome Amenofi. Viene subito da pensare al faraone Amenofi IV, o Amenhotep, che cambiò il suo nome in Akhenaton e per 13 anni esaltò il culto del Sole, Aton.
Nel Targum, la Bibbia in aramaico, Mosè viene definito «yahudae», e gli «Yahud» erano i sacerdoti del culto di Aton promosso da Akhenaton, che propose una forma di enoteismo, para-monoteismo, in cui un dio, Aton in questo caso, viene posto sopra tutti gli altri. Akhenaton fu sottoposto alla damnatio memoriae da parte del generale-faraone Horemheb per aver imposto il culto di Aton; Horemheb, come già i suoi predecessori Ay e Tutankhamon, seppellì tale culto, cercando di oscurare il nome del cosiddetto “faraone eretico”, Akhenaton.
Flavio Giuseppe narra su Mosè:

Gli Etiopi [termine con cui Flavio Giuseppe intende i Nubiani], vicini degli Egiziani, invasero il loro territorio e depredarono le proprietà degli Egiziani; questi, indignati, fecero una campagna contro di essi per vendicare l’affronto, ma furono battuti: una parte morì e un’altra fuggì ignominiosamente ritirandosi nella propria terra; Abbattuti dalla sciagura, gli Egiziani fecero ricorso agli oracoli e agli indovini; e allorché da Dio giunse loro il consiglio di avvalersi di un Ebreo come alleato, il re ordinò alla figlia di acconsentire che Mosè fosse fatto generale. Mosè, esortato sia da Termuti che dal re, di buon grado accettò il compito. Egli sorprese il nemico prima che avessero sentore della sua uscita dal campo, si mise alla testa del suo esercito, e non prese la via lungo il fiume, ma si avviò verso l’interno, e quivi diede un mirabile saggio della sua avvedutezza. Proseguendo il cammino in questa maniera, gli Egiziani raggiunsero, inattesi, gli Etiopi, li affrontarono e dalla battaglia, uscirono vittoriosi: così tolse loro la speranza di vittoria che nutrivano contro gli Egiziani. Infine essi si ritirarono tutti nella città di Saba, capitale del regno dell’Etiopia, alla quale Cambise cambiò il nome in Meroe, dal nome di sua sorella, e furono assediati. Ma il luogo presentava molte difficoltà per un assedio, perché il Nilo lo cingeva e abbracciava tutt’intorno, e traghettarlo era malagevole a chiunque vi si provava a motivo di altri due fiumi, l’Astapu e l’Astabara, che ne impedivano l’impresa. La città, situata all’interno, sembra un’isola: la circondano forti mura, ha come trincea i due grandi fiumi che le fanno da argini tra le mura e le acque che la difendono dagli allagamenti, quando le onde delle correnti sono insolitamente violente. E tutto questo che rende tanto difficile la presa della città, anche a coloro che riescono a valicare i fiumi. Mosè mal sopportava l’inattività dell’esercito, poiché il nemico non si sarebbe avventurato a uno scontro, quando avvenne quanto segue. Tharbi, figlia del re degli Etiopi, vedendo Mosè che faceva avvicinare l’esercito ai contrafforti e combatteva con grande valore mandò alcuni dei suoi servi più fidati a fargli l’offerta di matrimonio. Egli accolse la proposta a condizione che lei gli portasse la resa della città, obbligandosi con giuramento che senza dubbio avrebbe sposato la donna e, una volta padrone della città, non avrebbe rotto i patti. Alle parole seguirono subito i fatti. Dopo la vittoria sugli Etiopi, Mosè rese grazie a Dio, celebrò le nozze e ricondusse gli Egiziani alla loro terra. Costoro però che furono salvati da Mosè, gli risposero con l’odio e con uno studio accanito si adoperarono contro di lui col sospetto che approfittasse del suo successo per introdurre novità in Egitto, e suggerivano al re di ucciderlo; egli era già arrivato alla stessa conclusione da solo, sollecitato dall’invidia del comando generale di Mosè e dal timore di venire considerato inferiore a lui. Fu così che allorquando fu istigato dai suoi scribi, era già preparato a stendere la mano contro Mosè. Scoperta in tempo la trama, Mosè se ne sottrasse. Ma le strade erano custodite: egli allora diresse la sua fuga verso il deserto, dove non aveva timore di essere catturato dai suoi nemici. Partì senza provviste e orgogliosamente fiducioso delle proprie forze di sopportazione.

Da questo passo si apprende che, secondo Flavio Giuseppe, Mosè fu fatto generale e mandato dal faraone a sedare una rivolta in Nubia, che amministrava, o regno di Kush, come era chiamato in quel tempo.
Questo resoconto sembra risuonare dell’eco di un fatto storicamente verificatori nel XII anno di Akhenaton, quando Thutmose, viceré di Nubia, fu lì inviato, a capo di un’operazione di polizia, a sedare una rivolta.
La Bibbia propone un Mosè a capo di un esercito in occasione dell’Esodo:

Proprio in quel giorno il Signore fece uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto, ordinati secondo le loro schiere [Esodo 12, 51].

Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mare Rosso. Gli Israeliti, ben armati uscivano dal Paese d’Egitto [Esodo 13, 18].

Schiere ordinate e ben armate non possono che significare una cosa: un esercito, delle formazioni militari. Nell’Esodo nel testo originale ebraico c’è scritto «tsabatm», cioè «eserciti/schiere armate», e si trattava di numerosi uomini, inquadrati ed equipaggiati.

Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste [Esodo 12, 35-37].

Sebbene diversi storiografi antichi parlino di Mosè attingendo anche da fonti extra-bibliche, per es. Manetone, Ecateo di Abdera, Flavio Giuseppe, ecc., gli storici moderni generalmente non considerano Mosè come una figura appartenente alla Storia, relegandolo nell’ambito del mito, e giustamente, dal momento che se non lo si identificasse con il ricordo mitizzato della figura storica di Thutmose, non vi sarebbe nessuna prova storica dell’esistenza di un tale personaggio. Lo stesso valga per l’Esodo, considerato un mito e al massimo un ricordo di diversi spostamenti di popolazioni nell’area. Per la Storia, gli Israeliti non furono schiavi in Egitto e gli Egizi non impiegavano schiavi per le costruzioni edili, per es. Tuttavia agli uomini di scienza e di Storia anche coloro i quali ritengono plausibile l’inquadramento storico della cosiddetta età di el-Amarna di Akhenaton e Tutankhamon per l’Esodo: mi riferisco all’egittologo britannico Arthur E.P. Weigall, al padre della psicanalisi Sigmund Freud e all’egittologo prof. Jan Assmann, docente di Egittologia all’Università di Costanza.
Flavio Giuseppe, basandosi sullo storiografo egiziano Manetone, scrive che Mosè visse sotto un faraone di nome Amenofi, il greco per Amenhotep. Flavio Giuseppe scrive inoltre che Mosè fu incaricato dal faraone di sedare una rivolta in Nubia. Sotto questo faraone e al tempo di Mosè, sempre secondo Flavio Giuseppe, gli Egizi si scontrarono con gli Asiatici. Ora, di faraoni di nome Amenhotep in Egitto ve ne furono solo quattro: Amenhotep I, che si scontrò con i Nubiani ma non con gli Asiatici, Amenhotep II, che si scontrò con gli Asiatici ma non con i Nubiani, Amenhotep III, che si scontrò con i Nubiani ma non con gli Asiatici, e infine Amenhotep IV/Akhenaton, che si scontrò sia con i Nubiani che con gli Asiatici. Quindi Mosè deve essere vissuto durante il regno di Akhenaton.
Mosè viene pertanto inviato a capo di un’operazione di polizia in Nubia. Questo fatto storicamente avvenne nel XII anno di regno di Akhenaton e il nome, nelle fonti egizie, dell’uomo che fu inviato a sedare questa sommossa per il faraone è Thutmose, viceré di Nubia per conto dell’Egitto.
Secondo Manetone, riportato da Flavio Giuseppe, Mosè era il capo dei sacerdoti di una città ove si praticava culto del Sole, durante un periodo durato 13 anni connesso al concetto di impurità, malattia, dunque eresia. Ebbene la cosiddetta eresia di el-Amarna, il culto del dio del Sole Aton ad Akhetaton (l’attuale el-Amarna) durò proprio 13 anni, da IV al XVII anno di regno di Akhenaton, che eclissò il politeismo egizio e il potere della casta sacerdotale tebana di Amon.
C’è da aggiungere che il fratello di Akhenaton era il capo dei sacerdoti egizi, il «sovrintendente dei sacerdoti dell’Alto e del Basso Egitto», esattamente come il Mosè manetoniano, e il suo nome era Thutmose. Mosè, unendo le informazioni di Manetone e Flavio Giuseppe, sedò una rivolta in Nubia ed era il capo dei sacerdoti egizi. Per la Storia, un tal Thutmose sedò una rivolta in Nubia e un tal Thutmose era il capo dei sacerdoti egizi.
Potrebbe pertanto Thutmose, viceré di Nubia, essere “il Mosè storico”, se è concessa questa azzardata espressione, ed essere lo stesso Thutmose, fratello di Akhenaton, creduto generalmente morto, perché scomparso dalle fonti, a meno che non vada identificato con l’omonimo e contemporaneo viceré di Nubia, che, come documentato storicamente, fu inviato da (suo fratello?) Akhenaton in Nubia a capeggiare un’operazione di polizia al fine di sedare una rivolta, esattamente come Mosè. Tra l’altro Thutmose V de iure, il principe ereditario, sembra essere stato ancora vivo nella terza decade di regno di suo padre Amenhotep III, ed è attestata (in ritrovamenti nella tomba del vizir Amenhotep-Huy, come riferito nel febbraio 2014 dal Ministero Egiziano delle Antichità) la presenza già otto anni prima della morte di Amenhotep III del suo cartiglio a fianco di quello di Akhenaton, il che ne indica la designazione come successore. Sembrerebbe pertanto probabile, proprio per questioni cronologiche, che Thutmose V non sia morto, ma suo padre abbia preferito, forse in seguito a qualche fatto specifico (l’omicidio di un egizio da parte di Mosè come nel Libro dell’Esodo?), di preferire come successore il secondogenito Akhenaton al primogenito Thutmose V, che sarebbe rimasto “principe ereditario” (mes/mose) a vita.
Mosè crebbe nella corte faraonica, esattamente come Thutmose, fratello di Akhenaton. Mosè significa “principe ereditario” e Thutmose viene definito epigraficamente proprio allo stesso modo.
Il culto di Aton di Akhenaton, fratello di Thutmose, come quello di Adonai di Mosè, è enoteistico. Né Aton né Adonai sono raffigurati zoomorficamente. Né Aton né Adonai sono raffigurati antromorficamente. Né Aton né Adonai hanno una famiglia divina.
I membri della famiglia di Mosè e i suoi compagni hanno in molti nomi che non ricordano solo gli ipotetici corrispettivi egizi ma che ricordano, nella radice o nell’etimologia, addirittura nomi legati proprio all’establishment amarniano: come Aminadab (cfr. Amenhotep), Miriam (cfr. Meryamon), Merari (cfr. Meryra), Fineas (cfr. Panehesy), Elisheva – figlia di Aminadab – (“perfetta di dio/Adonai”, cfr. Neferneferuaton – figlia di Amenhotep –, “magnifica/perfetta è la bellezza di Aton”), ecc.
Secondo Flavio Giuseppe, l’Esodo sarebbe avvenuto all’inizio del regno del successore del faraone che inviò Mosè a sedare una rivolta in Nubia. Escludendo il periodo di transizione, peraltro di difficile ricostruzione, di Neferneferuaton Merytaton e di Smenkhkara, il vero successore di Akhenaton fu Tutankhamon. La tradizione ebraica riferisce che il faraone dell’Esodo, già incerto sulle gambe e malato, morì, secondo il Talmud, tempo dopo una caduta dal carro a causa delle complicazioni di questa. Gli studi anatomopatologici del prof. Bob Brier sulla mummia di Tutakhamon hanno accertato esattamente la stessa morte. Le analisi della sua mummia hanno inoltre rivelato che il re bambino era malato, e le raffigurazioni lo mostrano camminare con l’ausilio di una gruccia e della moglie Ankhesenamon.
Forse la storia dell’Ebraismo inizia davvero, in certo qual modo, con l’Esodo o anzi con gli Esodi, con la permanenza in Egitto e con la Pesakh, l’uscita dal Paese del Nilo. Così inizia e vive le sue fasi decisive la storia dell’Ebraismo.
Gli Ebrei in Egitto non furono schiavi. Nelle Due Terre i muratori non erano schiavi, ma lavoratori salariati. In seguito, sotto Ramesse III, vi fu addirittura il primo sciopero della Storia, come si legge su un papiro egiziano.

Anno 290, decimo del mese della seconda stagione, giorni dieci. In questo giorno accadde che gli operai saltarono i cinque muri della necropoli (dove lavoravano) al grido di: «Noi abbiamo fame!». Quindi si sedettero dietro il tempio, al limite della terra coltivata con il deserto. I tre sorveglianti e i loro aiutanti vennero a sollecitarli a rientrare nel recinto della necropoli, dicendo loro: «Potete tornare a lavorare tranquillamente; noi abbiamo le promesse del Faraone!». Ma per tre giorni gli scioperanti non cedono: «Noi siamo venuti qui perché affamati e assetati e nella più completa miseria. Non abbiamo più olio, né pesce, né legumi. Fate sapere tutto questo al Faraone, nostro dio, e al primo ministro, nostro signore». Perdurarono lo sciopero fino all’ottavo giorno, alla fine furono distribuite le razioni del mese.

Sigmund Freud nel 1934 pubblicò una raccolta di tre saggi intitolata L’uomo Mosè e la nascita della religione monoteista in cui – e questo è veramente il punto che qui interessa – colloca gli avvenimenti dell’Esodo e delle “preistoria” del monoteismo nell’epoca di el-Amarna. Per Freud Mosè era un egizio, un nobile, un alto dignitario e probabilmente un aristocratico, membro della famiglia reale.
È con l’Esodo, secondo la tradizione ebraica, che vengono poste le basi per le leggi della religione di Mosè. Anche Manetone ritiene che il capo egizio dei sacerdoti, Osarsef Mosè, divenne il legislatore per quel gruppo di Egizi con cui uscì dal suo Paese per andare verso la Giudea.
È interessante che l’ultimo dei Dieci Comandamenti tratti delle prescrizioni rituali riguardo ai caprovini, animali sacro, come arieti, al dio Amon (il sacrificio dei quali animali veniva praticato dagli Ebrei a partire dall’Esodo per sfregio nei confronti proprio di Amon, come riporta l’egittologo prof. Jan Assmann), la supremazia del cui clero venne posta in ombra da Akhenaton e poi restaurata da Tutankhamon, Ay e Horemheb.
Siamo nell’epoca dopo Amenhotep III, che già potenziò il culto di Aton, l’epoca compresa fra i faraoni della XVIII dinastia Akhenaton, Neferneferuaton, Smenkhkara, Tutankhamon, Ay e Horemheb (che designò come successore Ramesse I, capostipite dei Ramessidi e della XIX dinastia).
Solo oggi si comincia a capire l’influenza capitale che il rinnovamento religioso voluto da Akhenaton esercitò sul futuro pensiero occidentale. Se ne intuiscono i forti legami con l’Ebraismo e il culto di Adonai e si capiscono di conseguenza le forti resistenze che incontrò e la rapida demolizione cui fu sottoposto alla morte del suo promotore.
Aton era il Dio unico è universale e si estende in tutto il Creato.

Da solo hai creato la terra, gli uomini, gli animali domestici e le fiere; tutto ciò che sulla terra esiste e si percorre. Hai creato ciò che è nell’aria e vola, i Paesi stranieri, la Siria, la Nubia, il Paese d’Egitto. Hai messo ciascun uomo al suo posto, gli hai fatto dono di ciò che aveva bisogno, le lingue, le razze e gli aspetti diversi.

Così recitava l’Inno ad Aton, «dio unico la cui potenza è unica». Aton è il dio della pace e della gioia e l’arte e l’architettura conobbero sotto il regno di Akhenaton audaci trasformazioni. Il tempio di Aton, orientato verso est come sarà per le chiese dei primi cristiani, è a cielo aperto. Il Salmo 104 della Bibbia è estremamente somigliante all’Inno ad Aton.

A poco a poco a palazzo, ad Akhetaton, “l’orizzonte di Aton”, il nome egizio dell’attuale sito di el-Amarna, s’imposero le divisioni. Il regno di Amenhotep IV/Akhenaton durò 17 anni. Secondo alcuni egli avrebbe contratto matrimonio con la figlia primogenita e avrebbe poi governato insieme con Smenkhkara, suo correggente, fino a che non maritò la sua terza figlia, Ankhesenpaaton/Ankhesenamon, la futura sposa di Tutankhamon. Akhenaton ordinò il martellamento del nome e delle raffigurazioni di Amon da tutti i templi che li riportavano.
Horemheb, successore di Ay, successore di Tutankhamon, e i faraoni dopo di lui maledirono la città di Akhenaton impegnati a cancellare ogni traccia di Akhenaton, della moglie e del culto del disco solare di Aton. Il culto di Amon recuperò i suoi diritti e i privilegi di un tempo. Dopo un sogno durato 13 anni, dal IV anno di regno di Akhenaton, l’Egitto riprese il suo corso.
Tra le prime decisioni di Tutankhamon ci fu quella di ritornare al culto di Amon, soppiantato da quello di Aton durante il regno del suo predecessore. Akhenaton si era alienato il consenso della potente casta sacerdotale e il suo rivoluzionario enoteismo era stato accolto con un certo sospetto da chi nella sua svolta aveva identificato un tentativo di rafforzamento dell’autorità del faraone a scapito del potere della casta dei sacerdoti di Tebe, sede della capitale prima che Amenofi-Amenhotep IV/Akhenaton facesse costruire la sua nuova capitale “nel deserto” (come narra anche Manetone della città fatta edificare da Amenofi e in cui viveva Mosè).
Tutankhaton, il suo successore, preferì ripiegare su posizioni più concilianti e ne diede un primo segnale modificando il proprio nome appunto in Tutankhamon, “l’immagine vivente di Amon”. La mossa successiva fu l’abbandono definitivo di el-Amarna; il sovrano preferì ritornare a Tebe, che in questo modo riprese a essere il principale centro religioso d’Egitto, mentre Menfi si confermava la sua capitale amministrativa.
Diverse usanze ebraiche potrebbero essere derivate dall’Egitto e nello specifico dall’epoca di Akhenaton e di Tutankhamon. Nella Bibbia si legge:

E Tamar si sparse della cenere sulla testa, si stracciò di dosso la tunica
con le maniche, e mettendosi la mano sul capo se ne andò gridando [II Samuele 13, 19].

Questo gesto potrebbe essere ricollegato ad el-Amarna. Il gesto di cospargersi la testa con la cenere e tenere una mano sul capo non solo apparteneva alla cultura egizia, ma era specifico al contesto di el-Amarna, il luogo che il faraone Akhenaton aveva prescelto per il suo regno. L’atto di costrizione compare molte volte nelle scene parietali di Amarna. In una si vede la celeberrima Nefertiti, sposa principale di Akhenaton, atteggiarsi esattamente nello stesso modo della principessa biblica Tamar.
Anche la circoncisione, tipica usanza ebraica, è un elemento proprio della cultura egizia – come spiega il prof. Eugen Strouhal, conservatore del Dipartimento di Preistoria e Antichità di Naprstek, direttore dell’Istituto di Storia della Medicina della Charles University di Praga, dottore in filosofia, che ha preso parte a 16 campagne archeologiche e antropologiche in Egitto e in Nubia, ricercatore in numerosi musei e istituzioni, docente al Cairo e a Praga, autore di 170 trattati scientifici dedicati principalmente all’archeologia, all’antropologia e alla paleopatologia dell’antico Egitto e della Nubia, membro di numerose associazioni scientifiche e premiato, fra gli altri molti riconoscimenti, con l’Award for Scientific Achievement of the Smithsonian Institution.
Gli Ebrei dunque presero molte usanze dall’Egitto.
La ricostruzione di Andrea Di Lenardo e Alessandro De Angelis identifica Mosè con il principe Thutmose, figlio di Nebmaatra Amenhotep III e di Tiye. Egli sarebbe stato de iure Thutmose V, ma per motivi non noti il successore fu il secondogenito di Amenhotep III e di Tiye, vale a dire Amenhotep IV, il futuro Akhenaton. Perché non salì al trono Thutmose? Forse perché morto, si è ipotizzato. Ma se fosse stato Mosè la spiegazione ci sarebbe nella vicenda dell’egizio ucciso in gioventù. Mosè era Thut-Mosè? Thut fu un dio della Luna, così come Iah/Yahweh. Il dio di Mosè è innominabile e quindi il suo nome resterebbe “Mosè” senza quella di nessun dio davanti, come in Ramose, Thutmose, Ahmose, Amenmose, ecc., sebbene Mosè (mes) significhi anche “principe ereditario”, esattamente il titolo di Thutmose V de iure.
Se Mosè fosse davvero Thutmose V e contemporaneamente Thutmose, viceré di Nubia, allora la rivolta che Mosè avrebbe dovuto sedare in tale Paese, sarebbe avvenuta sotto Akhenaton, nel XII anno del suo regno, è sarebbe ben documentata storicamente come la sommossa a cui pose fine Thutmose.
Nell’anno XII di Akhenaton infatti venne organizzata una spedizione militare in Nubia. Alcune stele di Buhen e di Amada provano che l’esercito egizio intervenne in una regione in cui si trovavano miniere d’oro e che represse duramente una rivolta di tribù. Più che di una guerra, tuttavia, si tratta di un’operazione di polizia. La Nubia, all’epoca del Nuovo Regno, era una vera e propria colonia sottomessa alla legge egizia. Il faraone non vi tollerava disordini.
Molti egizi vivevano in Nubia, dove erano attivi diversi templi, in particolare un santuario di Aton. Parecchi nubiani servono nell’esercito egizio e i figli dei capitribù vengono educati in Egitto.
Peraltro Mosè, Mose, era un vero e proprio nome egizio. Per es., infatti nel Papiro dello sciopero, conservato nel Museo Egizio di Torino, si legge questo passo in cui viene nominato un personaggio di cui “Mose” è esattamente il nome proprio.

Anno 29, terzo mese (della stagione) del Raccolto. Attraversare i posti di guardia da parte della squadra, sedersi presso la Tomba, andare a prenderli da parte dei tre capitani. Dire da parte dell’operaio Mose figlio di Anakhta: Per (duri) Amon per (duri) il re v.f.s., la cui ira è peggiore della morte, (se) mi si porterà via di qui oggi, andrò (lett. “andrà”) a dormire (solo) dopo (avere preparato a) saccheggiare una tomba; se non (lo farò), mi (lett. “gli”) si infliggerà un castigo (appunto) a causa del giuramento per il faraone v.f.s.

Amenhotep III avrebbe nominato suo successore sul trono faraonico il secondogenito Amenhotep IV. Per Thutmose il fato fu meno generoso e riservò un posto meno rilevante nella gerarchia egizia, ma più fortunato nella Storia dell’umanità. Thutmose abbracciò la rivoluzione atoniana di suo fratello e divenne adoratore di Aton. Sotto Akhenaton ritroviamo un omonimo viceré di Nubia di nome Thutmose. Spesso nell’elenco dei viceré di Nubia della XVIII dinastia troviamo gli stessi nomi di aristocratici, principi, membri della casa reale. Un indizio in questo senso ce lo fornisce il primo viceré di Nubia, Ahmose, che viene considerato figlio dell’omonimo faraone Ahmose, fondatore della XVIII dinastia. Quindi il primo viceré di Nubia, Ahmose, sarebbe stato fratello del faraone Amenhotep I. E procedendo con i successori di Amenhotep I spesso troviamo il nome di un principe che, se non si trattasse solo di omonimia, potrebbe corrispondere a quello viceré di Nubia.
Potrebbe essere stato lo stesso con Thutmose V de iure-Mosè? Altro indizio che porta a ritenere che sia proprio così è il collegamento fra Mosè e Kush, che significa “Nubia”. Thutmose era viceré di Nubia e Mosè, secondo Flavio Giuseppe, sposa la principessa di Nubia Tharbi per diventare governatore della città di Saba, in Sudan (Nubia).

Quindi anche la nutrice di Thutmose sarebbe stata, come quella di Mosè, ebrea. T. Flavio Giuseppe, riprendendo Manetone, riferisce che Mosè era un
sacerdote egizio: era «uno dei sacerdoti»801. E anche il principe ereditario Thutmose era un sacerdote («sem») egizio. Sul sarcofago del suo gatto, ora conservato al Museo del Cairo803, il principe Thutmose viene infatti definito «principe ereditario, sovrintendente dei sacerdoti dell’Alto e del Basso Egitto, Gran Sacerdote di Ptah a Menfi e sacerdote»804. Il fatto che fosse un sacerdote è confermato anche da una statuetta in scisto che lo rappresenta come un mugnaio, che si trova al Museo del Louvre. Sui tre lati della statuetta in scisto sono incise queste parole: «il figlio del sovrano, il sacerdote Thutmose [lato destro]. Io sono il servo di questo nobile dio, il suo mugnaio [lato sinistro]. Inceso per l’Enneade della necropoli occidentale [fronte]». Infine è detto «sacerdote» ancora da un’altra statuetta in scisto, in forma di bara antropoide, lunga 10,5 cm, che rappresenta Thutmose supino con il suo ba posato sul ventre. Sulla statuetta si legge: «Principe sacerdote Thutmose, giusto di voce [o giustificato, cioè che non ha mentito alle interrogazioni del tribunale divino]». Se riprendiamo l’iscrizione del sarcofago del gatto di Thutmose V de iure essa, oltre che «sacerdote» lo definisce anche «principe ereditario»: «principe ereditario, sovrintendente dei sacerdoti dell’Alto e del Basso Egitto, Gran Sacerdote di Ptah a Menfi e sacerdote». Ebbene anche Mes/Mose (-mes = -mose, come in “Ahmes”, vocalizzato dal greco “Ahmose”) significa proprio “principe ereditario”.
Il termine “Mes”, posto in conclusione della frase ha, infatti, il significato
di “principe ereditario”.
Il primogenito di Amenhotep III, Thutmose, fu per sempre nient’altro che principe ereditario – il faraone che non regno –, forse quasi a farne un vero e proprio nome, Mosè.
Thutmose, viceré di Nubia sotto Akhenaton, invece, nel XII anno di Amenhotep IV sedò una rivolta dei Nubiani. Lo stesso fece Mosè, secondo Flavio Giuseppe in un passo già riportato in precedenza.
Thutmose V de iure era un membro della famiglia reale egizia. Mosè crebbe nella famiglia reale egizia. Il mito dell’adozione da parte della famiglia reale egizia dopo essere stato salvato dalle acque è appunto solo un mito, tratto dalla storia della nascita di Sargon di Accad. Mosè doveva
essere in realtà un egizio (e un principe).
Se “il Mosè storico” fosse Thutmose, allora il faraone che lo inviò in Nubia a sedare la rivolta e dopo la morte del quale Mosè tornò in seguito in Egitto, dovrebbe essere suo fratello Akhenaton. Flavio Giuseppe riferisce di un attacco degli Hyksos, espulsi secoli prima da Ahmose, contro i territori in mano al trono egizio, sul finire del regno di un faraone di nome Amenofi, contemporaneo a Mosè. Amenofi quindi sarebbe Amenofi IV, cioè Amenhotep IV/Akhenaton. E Mosè Thutmose. Nel precedente libro di Andrea Di Lenardo, Israeliti e Hyksos. Ipotesi sul II Periodo Intermedio d’Egitto e la sua cronologia, Kimerik, Patti (Me) 2016, sono state accostante le tribù su cui governavano gli Hyksos con gli Ebrei, che, secondo diversi studiosi, sarebbero da identificarsi con gli Hapiru dei testi egizi.
Effettivamente nell’archivio di Akhetaton, un suo “vassallo”, un principe locale che si presenta in una lettera come «principe di Ebron» dice che la sua terra, cioè Ebron, è stata attaccata dagli Hapiru.
In tale lettera ad Akhenaton infatti Suwardata, principe di Ebron scrive:

Al re mio signore, mio Sole. Così parla Suwardata, il tuo servo, il servo del re e la polvere dei suoi piedi, la terra che tu calpesti. Ai piedi del re mio signore, Sole del cielo, sette volte sette mi gettai a terra, sia sul ventre, come sulla schiena… Sappia il re, mio signore, che gli Hapiru mi attaccano nelle terre che mi ha dato il dio, mio re, mio signore, e che io ho combattuto, e sappia il re, mio signore, che tutti i miei fratelli mi hanno abbandonato, e che io e Abdi-Khepa siamo quelli che lottiamo contro il capo degli Hapiru. E Zurata, principe di Acco, e Indurata, principe di Acsaf, furono coloro che si affrettarono ad aiutarmi con cinquanta carri, di cui sono privato. Ma vedi, essi combatterono contro di me, e si compiaccia il re, mio signore, di mandare Janhamu, affinché possiamo condurre a termine la guerra seriamente e ristabilire la terra del re, mio signore, ai suoi primitivi confini.

Questo episodio avviene verso la fine del regno di Akhenaton, quando fu scritta la lettera. Nel racconto di Manetone e Flavio Giuseppe, la vicenda dell’attacco degli Ebrei/Hyksos ad Avari avviene verso la fine del regno di un faraone di nome Amenofi. Il contesto è lo stesso, e pure la cronologie di questi eventi.
Di conflitti con gli Habiru (cfr. “Ebrei”) sotto Akhenaton, riecheggianti il passo manetoniano, è testimone anche un’altra epistola diplomatica amarniana, al cui riguardo scrive l’egittolo dott. Christian Jacq, saggista con un dottorato sugli studi sull’Antico Egitto da parte dell’Università “la Sorbona” di Parigi, e cofondatore, con la moglie, dell’Istituto “Ramses”, che si occupa di creare un archivio fotografico dei siti archeologici egiziani.

La sequela di disgrazie prosegue con le sanguinose razzie di popoli come i Sutu o gli Habiru, identificati, questi ultimi, con gli ebrei. Questi nomadi concentrarono la loro azione sulla Palestina e i prìncipi palestinesi, disorientati, mandando numerose missive ad Akhenaton. La lettera di Abdi-Heba (EA 286) contiene una constatazione drammatica. Egli comincia con l’attestare la propria fedeltà al re e si lamenta amaramente di essere stato calunniato preso il monarca, quando è stato proprio il «braccio potente» del faraone a conferirgli il potere. «Che il re provveda ai bisogni del suo paese!» esclama. “Tutti i popoli sottomessi dal re, mio signore, mi hanno abbandonato… Ogni volta che mi si sono presentati i suoi commissari, ho detto loro: “Le terre del re sono perdute”, ma loro non mi hanno ascoltato. Tutti i sindaci sono perduti, non uno ne rimane al re, mio signore».

Dopo la morte di Akhenaton, nel suo XVII anno di regno, Mosè sarebbe rimasto fedele al culto di Aton (Adonai). Ay, vizir del faraone bambino Tutankhamon con l’appoggio del potente clero tebano, torna a ripristinare la supremazia del culto di Amon. Dopo la breve quanto oscura fase di transizione con due sovrani effimeri, Neferneferuaton e Smenkhkara, sale al trono il vero successore di Akhenaton, suo figlio (e di un’altra figlia – si potrebbe presumere Kiya, dal momento che la moglie mittanica di Akhenaton, che era stata già moglie di suo padre, non era sua sorella, e che Nefertiti ebbe solo figlie femmine e non ci sono indizi che avesse altre mogli – di Amenhotep III e di Tiye) Tutankhaton.
All’epoca aveva solo 9 anni. Ay era ufficialmente vizir, de facto presumibilmente il vero faraone. Ay fece cambiare nome a Tutankhaton, trasformandolo in “Tutakhamon”, e alla Sposa Reale Ankhesenpaaton in “Ankhesenamon”.
Secondo Flavio Giuseppe, dopo la morte del faraone, Mosè, Aronne e i seguaci di Adonai tornarono in Egitto, all’inizio del regno di un nuovo faraone, sotto il quale avvenne l’Esodo. Questi sarebbe Tutankhamon, e il gruppo di Mosè i seguaci del culto di Amon di Akhenaton.
Gli Ebrei, se l’Esodo, o meglio uno dei fatti storici da cui ne sarebbe derivato il mito, fosse avvenuto in altra epoca, come quella della XIX dinastia, non avrebbero avuto la benché minima possibilità di fuggire, perché gli Egizi erano incomparabilmente più potenti e non era neppure concepibile allontanarsi senza il loro consenso, magari aprendosi una strada con le armi. E per andare dove, poi? La Palestina sotto la XIX dinastia, quando si ambienta generalmente l’Esodo, era saldamente sotto il dominio egizio. Per l’instabile periodo tra ultimi regni di Akhenaton e il periodo subito successivo invece questi problemi non si porrebbero, proprio per i disordini generati in Palestina da Hapiru e altri gruppi semi-nomadici, attestati dalle epistole diplomatiche di el-Amarna di cui si è detto in precedenza.
La storia di Mosè, per come viene narrata da Flavio Giuseppe, sembra adattarsi bene al contesto della fine della XVIII dinastia. Quanti “-mose” combatterono contro i Nubiani sotto un faraone di nome Amenofi (Amenhotep) – e ve ne furono solo quattro –? Solo Thutmose, viceré di Nubia sotto Amenofi/Amenhotep IV/Akhenaton.
Seguendo la narrazione, rispetto all’epoca di Giuseppe (XV dinastia al nord e XVII al sud), l’Egitto era passato a un’altra dinastia (XVIII).
Vi è sì un riferimento al «popolo di Ysiraal» su un monumento del re ramesside Merenptah II, ma questo non implica in nessun modo una contemporaneità con i fatti dell’Esodo. Gerald Massey scrive infatti a tal proposito: «Non che ci sia alcuna possibilità di identificare questo popolo con gli israeliti dell’esodo biblico». L’iscrizione peraltro indica Ysiraal come sconfitto non sfuggito al faraone: «il popolo di Ysiraal è rovinato – di esso [non rimane] seme». «Ma non c’è niente nell’iscrizione del re Merenptah che corrisponda o che corrobori la storia biblica degli israeliti nella terra di Egitto, o del loro esodo nella terra di Canaan».
Vi è poi il resoconto di un ufficiale egizio che fa spostare delle tribù nomadi Shasu fra Edom e Delta nilotico. Si tratta di un passaggio come ve ne furono ininterrottamente dall’Antico Regno: sforzi inutili sono stati fatti per per mostrare che questa testimonianza corroborava la versione biblica dell’esodo. Non vi sono altri elementi per una datazione tarda, quale è quella convenzionale, dell’Esodo (e come si è visto questi due elementi non hanno grande rilievo), se non il fatto che nel secondo libro del Pentateuco si dica che gli Ebrei vivevano a Pi-Ramesse (l’attuale sito di Tell el-Dab’a, città che fu solo ribattezzata così da Ramesse II, della XIX dinastia, ma che esisteva già in precedenza, tanto che fu la capitale degli Hyksos, XV dinastia, con il nome di Avaris). Supporre che l’Esodo avvenne in epoca ramesside perché nell’Esodo viene impiegato il nome di «Pi-Ramesse» non è diverso da supporre che Gaio Giulio Cesare sia un mio contemporaneo se dico che «Giulio Cesare era un condottiero di Roma», perché uso il termine «Roma» anziché «Urbs», più in voga all’epoca di Giulio Cesare.
Riassumendo il resoconto di Flavio Giuseppe, il padre di Mosè era di nobile famiglia (famiglia reale egizia?). Mariame, sorella di Mosè, è presente nel contesto degli spazi della principessa d’Egitto. Il faraone (Amenhotep III?) mette sul capo di Mosè il proprio diadema (lo nomina successore come fece con Thutmose V de iure, principe ereditario?). Una volta adulto però, Mosè ha il compito di sedare una rivolta in Nubia (cfr. Thutmose, viceré di Nubia) seda una rivolta in Nubia sotto Akhenaton, nel XII anno di regno), di cui è governante (cfr. Thutmose, viceré di Nubia). Mosè è governatore della terra dei Nubiani (cfr. Thutmose, viceré di Nubia). Mosè torna vittorioso dal faraone in Egitto che però lo vuole fare uccidere (ha paura di una rivalità?). Mosè allora fugge e si ritira presso discendenti di Abramo, a Madian, presso il Mar Rosso, che gli danno in sposa la figlia di un sacerdote. Qui Mosè fa due figli, quindi pare che trascorra qualche anno dalla rivolta in Nubia (XII anno di Akhenaton?), fino a quando muore il faraone (cfr. Akhenaton nel suo XVII anno – da notare come la cronologia dei fatti della vita di Mosè, come narrata da Flavio Giuseppe, si adatta perfettamente a quella dell’età del contesto di el-Amarna) che voleva farlo uccidere. Quindi Mosè torna in Egitto. Arrivato in Egitto, incontra Aronne e in seguito i capi degli Ebrei. Si allea con i capi degli Ebrei e ottiene la loro resa. Mosè si reca dal faraone (Tutankhamon?) che aveva ricevuto il trono di recente. Il faraone ordina a Mosè di andarsene dall’Egitto con gli Ebrei. Scontro fra Mosè e Aronne sul vitello d’oro (cfr. Amon, il toro di sua madre e toro dell’Enneade?) e scontro armato fra Leviti di Mosè (cfr. Thutmose V, capo dei sacerdoti d’Egitto) e gli adoratori del vitell.
A conferma dell’ipotesi che Tutankhamon sia il faraone dell’Esodo che espulse Mosè e i seguaci di Adonai (Aton), vi è un passo del Talmud che parla del faraone dell’Esodo e dice che era malato e debole, tanto che per salire sul carro necessitava di aiuto. Ciò ricorda Tutankhamon, che, come si apprende dalle raffigurazioni, oltre che dagli esami paleoanatomopatologici sulla sua mummia, camminava claudicando, con l’ausilio di un bastone e della moglie Ankhesenamon. Un giorno, racconta il Talmud,

lo presero e lo misero su un carro, poiché non era in grado di salirvi da solo. Quando lui e i suoi uomini furono giunti al confine tra l’Egitto e Goshen, il destriero del sovrano passò attraverso una stradina stretta; gli altri cavalli, attraversando velocemente il passaggio, si urtarono l’uno con l’altro finché quello del faraone non cadde con l’uomo in groppa, e il cocchio gli cadde addosso, e il cavallo dietro a esso. La carne del faraone gli fu strappata via […] [e i suoi] servitori lo presero sulle spalle, lo riportarono in Egitto e lo misero a letto. Il sovrano sapeva che la sua fine era prossima, e la regina […] e gli altri nobili gli si riunirono attorno, e piansero copiosamente insieme a lui.

Questa è esattamente la descrizione della morte di Tutankhamon, di cui si sa che morì, giorni dopo, a letto, per una caduta dal carro, come spiega il paleopatologo ed egittologo prof. Bob Brier della Long Island University.
Secondo le cronache britanniche, l’Esodo avvenne sotto il faraone Cincris, che evidentemente è una storpiatura di Acencheres o Acherres, il nome manetoniano di Tutankhamon.
Anche Eusebio di Cesarea e Gerolamo collocano l’Esodo di Mosè sul finire della XVIII dinastia, così come nello stesso periodo collocano anche il mito di Danao, che Ecateo di Abdera ritiene contemporaneo a Mosè. Ora al di là del fatto che si tratti di un mito, l’aspetto interessante è la contemporaneità secondo gli autori antichi all’Esodo, e la collocazione di questo sotto gli ultimi faraoni della XVIII dinastia.
Un funzionario governatore del Sinai di Akhenaton si chiamava Panahesy (Fineas per Erodoto) e Fineas era il nome del sacerdote figlio di Eleazar e della figlia di Naasson, figlio di Aminadab (cfr. “Amenhotep”). Il padre di Eleazar era Aronne e la madre Elisabetta figlia di Aminadab. Aronne si scontra con Mosè a causa dell’idolatria del vitello d’oro. Di fronte al faraone vi è l’episodio della trasformazione del bastone in serpente che riguarda Aronne con Mosè. Nella formula 434 dei Testi delle Piramidi si legge:

Via, serpente Amon! Nasconditi, non farti vedere da me e non venire dove sono io!

Il serpente nelle Sacre Scritture del Giudaismo viene “demonizzato” nel mito del giardino dell’Eden. E Amon era il dio “nemico” di Aton.
Ciò che sappiamo su Thutmose, viceré di Nubia, e in generale sui suoi predecessori e successori in tale carica, lo dobbiamo agli studi dell’archeologo ed egittologo prof. George A. Reisner. In Egitto, il prof. G.A. Reisner ha sviluppato una nuova tecnica archeologica che è diventata uno standard nella professione, combinando il metodo britannico di W.M. Flinders Petrie e quello tedesco di Dorpfeld e Koldewey.
Un interrogativo, fra tutti, resta pressante. Si trattava davvero di monoteismo? Nel primo di libro di A. Di Lenardo, Israeliti e Hyksos. Ipotesi sul II Periodo Intermedio d’Egitto e la sua cronologia (Kimerik, Patti (Me) 2016) e in Exodus di A. De Angelis e A. Di Lenardo si è tentato di di mostrare come nell’Unico Dio ebraico ci siano i resti di almeno due culti, uno della Luna, più antico, e uno del Sole, e di mostrato altre influenze, legate a El, Baal, ecc. Vi sono infine tracce del culto di Moloch e di Astarte tra gli adoratori dell’Unico Dio ebraico.
E per Aton la situazione è diversa? Certamente no. Ecco perché per Adonai, nella fase più arcaica, come per Aton, sarebbe opportuno parlare di enoteismo anziché di monoteismo. Vi sono evidenti assimilazioni di altre figure e ruoli divini attribuiti ad Aton, in epoca amarniana, il che è tipico degli enoteismi (come quello babilonese di Marduk, per esempio). Aton infatti viene chiamato: «Ra-Horkhty apparso nell’Orizzonte» e «Ra, il padre, che è venuto come Aton» e di lui si dice che: «Nel suo nome di Shu che è nel Disco». Akhenaton è l’«Unigenito di Ra». I nomi della V e della VI figlia di Akhenaton e Nefertiti, Neferneferura e Setepenra, significano rispettivamente: «Perfetta è la perfezione di Ra» e l’«Eletta di Ra».
In conclusione, dopo aver percorso secoli di Storia alla ricerca degli eventi e dei personaggi da cui potrebbero essere derivate le narrazioni bibliche veterotestamentarie, è d’uopo precisare che si è assolutamente consapevoli della natura mitologica del complesso di tradizioni che si va a esaminare e di come una sola interpretazione, che potrebbe essere accostata a un tentativo sulla falsa riga di Evemero, non sia sufficiente. Ma, pur essendo parziale, è in ogni qual modo un umile tentativo, alla luce delle numerose analogie proposte, essendo convinti della necessità di una metodologia di studio comparato, sempre in contesti spaziali e temporali prossimi, scongiurando sempre il rischio del cosiddetto comparatismo “selvaggio”, è in ogni qual modo un umile tentativo – si diceva –, che speriamo possa essere interessante e possa sviluppare un confronto proficuo e uno stimolante dibattito.

Testi di Andrea Di Lenardo e Alessandro De Angelis

http://www.alteraveritas.it/?p=9058

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