Renzi, la rottamazione è da Mentana

Ancora un grande confronto referendario intergenerazionale a La7

Gianluca Vivacqua
31/10/2016
Politica
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Torna il Renzi della prima ora.

Saranno contenti i suoi fans degli esordi, che cominciavano a farsi sopraffare dalla delusione. Lo spirito della rottamazione è ancora intatto e, se a Palazzo Chigi e nella gestione quotidiana del potere sembra un po’ annacquato a causa delle inevitabili esigenze di governo, ciò non significa che sia stato messo da parte: è solo che necessita di grandi scontri frontali, meglio ancora se davanti alle telecamere della tv, perché, in fondo, quel programma nasceva da un’esigenza di visibilità con una forte connotazione contrappositiva. Naturalmente non possiamo azzardarci ad affermare che Mentana volesse proprio dare al premier un’occasione di rispolverare questo programma nelle due puntate di “Sì o no” (su La7, venerdì un po’ prima delle 23.00) che finora lo  hanno visto ospite. Certo è che, apparecchiando per lui un match referendario prima contro Gustavo Zagrebelsky (due settimane fa) e poi contro Ciriaco De Mita (nell’ultimo weekend) gli ha dato la possibilità di tornare ad essere un paladino, se non addirittura un profeta, di un’epoca nuova, diverso nel linguaggio e nel modo di ragionare dai vecchi signori della politica così come dai vecchi sacerdoti della Costituzione. L’unico vecchio che Renzi rispetta senza riserve, si sa, è Mattarella; al secondo posto, a pochissime incollature di distanza, viene Napolitano.

Il confronto con Zagrebelsky. Giovanni Minoli, intervistato da Corrado Formigli a Piazza pulita, ha detto che il vincitore del confronto televisivo Renzi-Zagrebelsky è stato, senza ombra di dubbio, il premier. Si può supporre che l’ex ideatore della Storia siamo noi sia rimasto dello stesso parere, anche dopo aver visto il confronto con De Mita. Sicuramente, però, la valutazione di Minoli non riguarda tanto il merito delle cose dette, quanto la giusta interpretazione dei tempi televisivi. In effetti, da questo punto di vista il presidente del Consiglio, con la sua salace spavalderia e la sua brillante rapacità, ha dominato alla grande, rispetto ad uno Zagrebelsky bisognoso di tempi più larghi per elaborare repliche e contro-repliche. Non che gli mancassero gli argomenti, naturalmente: si tratta di una predisposizione intellettuale al ragionamento lungo, ampio, che cozza con i ritmi sincopati e forsennati di Renzi. Fatti, in fondo, di leitmotiv, di temi ricorrenti ripetuti in modo martellante. Ma Renzi fa di più: ci mette una sicurezza di sé sfrontata, una voglia di controbattere in modo irriguardoso,  con provocazioni pungenti, che molte volte irrita l’interlocutore più anziano, che lo percepisce come una mancanza di rispetto.  E non è una percezione soggettiva: a tratti, anzi, sembra proprio che lo scopo del premier sia dichiaratamente quello di far perdere la pazienza a colui con cui dibatte, sentendosi pur sempre rappresentante di una generazione il cui futuro è stato negato proprio dai rappresentanti della generazione a cui appartiene  l’interlocutore. Da un certo punto di vista, in fondo, anche sotto questo aspetto Renzi si conferma perfettamente personaggio machiavelliano: il leader, diceva il pensatore fiorentino, non dev’essere così rispettoso, perché coloro che si fanno limitare troppo dal rispetto sono chiamati ad ubbidire e non a comandare. E forse non è una cosa del tutto negativa: in fondo i renziani apprezzano il premier proprio per questo, per la sua capacità di saper tenere testa con vigore e coraggio ad uomini nei cui confronti altri giovani della sua generazione, anche in politica, si mostrerebbero molto più adoranti e supini. È proprio questo suo atteggiamento aggressivo, essi pensano, che gli ha consentito di smuovere le acque, per quanto gli è stato possibile, fino a questo momento. Entrando nel merito delle cose, però, bisogna ammettere  che le obiezioni avanzate da Zagrebelsky (sui metodi di elezione del Senato, sull’incomprensibilità degli articoli-chiave della Riforma, sul pericolo del monocameralismo, e sul combinato disposto riforma-legge elettorale) si sono rivelate più interessanti delle risposte del premier, date sempre a botta sicura perché provenienti da un copione ben consolidato: la riforma velocizzerà il Paese, lo sburocratizzerà, lo porterà a livelli di efficienza europei, e la legge elettorale è un capitolo a parte. Un copione che il premier conosce benissimo, non fosse altro che per la ragione che lo ha scritto lui.  

Il confronto con De Mita. L’atmosfera è presto diventata simile a quella del duello con Zagrebelsky. Ma in più c’è stato anche l’alterco di natura più squisitamente politica. Renzi, irriverente come al suo solito, si è spinto a biasimare il percorso politico di De Mita, che, a suo parere, dopo la fine della Democrazia cristiana, pur di sopravvivere a se stesso e mantenere la poltrona, avrebbe più volte cambiato casacca. E naturalmente non ha mancato di cogliere la palla al balzo per contrapporsi a lui, e ribadire una volta di più che non farà politica per sempre e soprattutto che non cambierà mai partito. Inoltre  ha accusato De Mita di essere stato uno dei principali responsabili della crescita del debito pubblico negli anni ’80, insieme alla classe dirigente di cui faceva parte. De Mita, oltre alle obiezioni storiche, punto sul vivo, ha rinfacciato a Renzi una storia degli inizi della sua carriera politica: aver divorato come un cannibale, per così dire, il suo mentore politico a Firenze, Lapo Pistelli, pur di assicurarsi la guida del comune di Firenze e da lì partire alla conquista del Pd e del governo centrale.  Inoltre ha puntato spesso il dito sula sua fiorentinità cattiva. Per il resto anche l’ex segretario della Dc ha avuto gli stessi problemi di comunicazione lenta di Zagrebelsky, e ha finito per soccombere in più punti al rullo compressore dell’eloquio del premier. Questo però non gli ha impedito di mettere sul tappeto alcuni temi di discussione molto validi, peraltro quasi gli stessi di Zagrebelsky: oltre al combinato disposto, la difficoltà di comprensione del testo della Riforma e il pericolo derivante, per la democrazia, da un governo con i poteri aumentati e da una cattiva riforma del Senato. Fosse stato lui il riformatore, ha detto De Mita, il Senato lo avrebbe abolito del tutto, piuttosto che riformarlo in un modo tale da farlo popolare dagli “scarti delle classi dirigenti locali”. Renzi ha replicato invitando De Mita a leggere e studiare meglio il testo della Riforma costituzionale (“L’ho letta e sottolineata”, si è difeso l’ex Dc) e rimproverando lui e la classe dirigente di cui ha fatto parte di aver pensato troppo ai propri interessi e per niente al futuro del Paese.

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