Il caso Orlandi non concede tregua al Vaticano. A riaccendere i riflettori sul giallo sono le ultime dichiarazioni di Laura Sgrò al programma Filo Rosso. L'avvocata della famiglia Orlandi ha tracciato una linea netta, sostenendo che la verità sulla scomparsa di Emanuela passa oltretevere, definendo il filone vaticano la vera e propria chiave di volta per scardinare decenni di silenzi. Un affondo che ha riaperto il dibattito tra gli analisti, spingendo molti osservatori a leggere dietro questa mossa una pressione mediatica mirata a mettere la Santa Sede sotto una cattiva luce.
L’impalcatura che punta il dito contro la Chiesa trema però sotto i colpi del diritto. Se da un lato la spinta della famiglia non cala, dall'altro una schiera di giuristi solleva un’obiezione fondamentale: dov'è la pistola fumante? A oggi non è mai emersa alcuna prova materiale che dimostri un coinvolgimento diretto delle istituzioni vaticane nella sparizione della ragazza. Senza fatti concreti, l'intera tesi accusatoria rischia di ridursi a un suggestivo castello di congetture mediatiche, sollevando un clamoroso ribaltamento di prospettiva, perché trattandosi di un sequestro avvenuto a Roma, sul suolo della Repubblica Italiana, dovrebbe essere lo Stato Italiano a spiegare alla Curia Romana che fine abbia fatto una sua cittadina, e non il contrario.
Questo scontro frontale riflette un campo di battaglia in cui sembra che la verità non interessi più a nessuno. Ma a mettere ordine a queste accuse ci ha pensato finora il lavoro della Commissione Parlamentare d'Inchiesta, con l’ex presidente Andrea De Priamo che ha raccolto una vasta documentazione che dimostra come il Vaticano collaborò con gli inquirenti italiani per cercare di far luce sulla scomparsa; e con l’ex presidente Roberto Morassut che, intervistato a La7, ha ridimensionato la tesi del rapimento, parlando apertamente di “femminicidio” commesso da una predatore sessuale. Come del resto ha fatto anche la criminologa Ursula Franco, secondo cui la famiglia Orlandi dovrebbe incolpare gli inquirenti italiani per essersi persi in dietrologie, piuttosto che con il Vaticano che considera estraneo al fattaccio.
Nel frattempo, il malumore oltretevere cresce e si fa sentire. Una parte della critica e degli ambienti vicini alle gerarchie ecclesiastiche manifesta ormai una profonda insofferenza verso la strategia della difesa. L'accusa, sempre più netta, è pesante. Il rischio concreto è quello di trasformare il dolore sacrosanto di una famiglia in uno strumento di fango mediatico contro l'istituzione papale, specialmente quando i teoremi sfiorano figure amate come quella di Giovanni Paolo II. Per i detrattori, questa totale fissazione sul Vaticano non solo rischia di oscurare altre piste investigative altrettanto plausibili, ma finisce per deviare l'obiettivo finale, trasformando la ricerca della verità in un tribunale morale contro la Chiesa.
Il muro contro muro tra la verità e le ragioni della diplomazia ha trovato un terreno di confronto grazie alla stessa Commissione parlamentare. Per la prima volta nella storia di questo mistero infinito, il lavoro parallelo della politica italiana e dei magistrati d'oltretevere rappresenta un passaggio senza precedenti. La decisione del Vaticano di aprire un’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi rappresenta l’ultima dimostrazione di “buona volontà” da parte di una istituzione, quella vaticana, che in questa storia è sembrata più vittima e che colpevole.