Emanuela Orlandi e il ruolo dello zio: la pista che i primi giudici volevano seguire

Mario Barbato
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09/10/2026
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Attualità
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Nel caso di Emanuela Orlandi, il ruolo centrale assunto dallo zio Mario Meneguzzi durante le fasi iniziali del giallo ha una forte rilevanza investigativa e potrebbe rappresentare la chiave di volta per scardinare il mistero della sparizione della ragazza della Città del Vaticano. Mentre il padre della quindicenne sprofondava in un dolore paralizzante, lo zio prese il controllo della situazione, proponendosi come portavoce della famiglia, rilasciando dichiarazioni alla stampa e si insediandosi al telefono per gestire le linee con i sedicenti rapitori. Un attivismo così frenetico da insospettire i primi magistrati del caso: Margherita Gerunda e Domenico Sica.

Il dubbio dei due magistrati – che non credettero mai all'ipotesi del rapimento – era che Meneguzzi non si fosse inserito tra la famiglia e i rapitori, bensì tra la famiglia e gli inquirenti, al fine di ostacolare le indagini. A far precipitare la diffidenza degli investigatori furono alcune mosse azzardate, a partire dal giorno in cui lo zio decise di fare il doppio gioco al telefono, spacciandosi per il padre di Emanuela. Un azzardo colossale che avrebbe potuto costare la vita alla nipote se i sequestratori avessero fiutato l'inganno; a meno che l’uomo non sapesse che la ragazza era già morta. Muovendosi come un battitore libero, Meneguzzi ordinò poi la stampa e l'affissione dei manifesti di scomparsa senza alcuna autorizzazione ufficiale, compiendo una mossa ancor più controversa, facendo stampare un numero telefonico privato anziché quello delle autorità. Il risultato di questa iniziativa fu devastante: una tempesta di chiamate di mistificatori che intossicò il lavoro della polizia.

A dare al giudice Sica la certezza che l’uomo avesse qualcosa da nascondere fu però l’atteggiamento guardingo di Meneguzzi quando percorreva le vie di Roma. Sempre attento a non dare nulla per scontato e abituato a registrare ogni minima stranezza, lo zio di Emanuela manteneva un profilo vigile, analizzando costantemente gli specchietti retrovisori, i riflessi delle vetrine e i volti dei passanti. Fu proprio questa strutturale circospezione – il soffermarsi su un'auto rimasta troppo a lungo dietro la sua o il notare una figura ricorrente a distanza nei pressi della propria abitazione – a insospettire il magistrato. Quell'ossessiva capacità di decodificare l'insolito nel flusso della quotidianità dimostrava infatti una cosa sola: Meneguzzi si muoveva con la consapevolezza tipica di chi sa, o temeva, di essere pedinato dalle autorità.

Per comprendere la rilevanza di un simile atteggiamento, è utile richiamare un caso che ha fatto scuola nella criminologia internazionale, sebbene in un contesto del tutto differente: quello di Ian Huntley, il custode scolastico che nel 2002 assassinò nel Regno Unito le piccole Holly Wells e Jessica Chapman. Una vicenda passata alla storia non solo per la brutalità del crimine, ma per l'agghiacciante freddezza del killer, il quale mise in atto la più classica delle strategie manipolatorie: nascondersi in piena luce. Huntley non si limitò a partecipare attivamente alle ricerche, ma si piazzò deliberatamente sotto i riflettori dei media, recitando la parte del testimone modello per allontanare ogni sospetto dalla sua persona. Quella sovraesposizione, però, si rivelò un boomerang, perché alcuni giornalisti notarono un distacco emotivo anomalo e una messinscena forzata che spinsero la polizia a stringere il cerchio, fino a far crollare la sua maschera e a ritrovare i corpi delle due bambine in un fossato.

Oggi i vecchi carteggi dimenticati costringono le autorità a vagliare lo scenario più buio e tragico per la famiglia Orlandi. Un tentativo di dirottare i sospetti lontano dalle piste più prossime all'ambiente della vittima per coprire una drammatica vicenda familiare, già evocata all'epoca da segnalazioni su presunti abusi in ambito parentale. Per la criminologia investigativa, d'altronde, le regole sono chiare. L'iperattivismo e il controllo ossessivo dei canali informativi da parte di soggetti vicini alla vittima sono classici campanelli d'allarme, utilizzati per infiltrarsi nelle indagini dall'interno, manipolarle e costruirsi un paravento morale inattaccabile. La figura di Mario Meneguzzi resta così, per la magistratura, una delle zone d'ombra più fitte e complesse dell'intero caso Orlandi. Il simbolo di un'inchiesta i cui nodi più drammatici si sono stretti subito, nei giorni successivi alla scomparsa di Emanuela, prima che tutto venisse divorato e sepolto dall'ombra dell'intrigo internazionale.

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