La tenaglia su Meloni tra il brivido dello Stabilium e la mazzata del Diesel

Mario Barbato
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07/10/2026
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Attualità
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Il governo di Giorgia Meloni è entrato in una settimana ad alta tensione, costretto a muoversi su un doppio binario politico ed economico che non ammette passi falsi. L'esecutivo si trova stretto in una morsa micidiale: da una parte l'esigenza di blindare a Montecitorio la nuova legge elettorale, dall'altra l'obbligo di rispondere al malcontento della piazza per il caro vita. Questa contemporaneità di eventi toglie al centrodestra il lusso del tempo, trasformando i primi giorni di ottobre in un crinale decisivo per la tenuta della coalizione di maggioranza e del consenso elettorale. 

Sul tavolo la scommessa è massima e si chiama Stabilicum, la riforma elettorale su cui la Presidenza del Consiglio ha deciso di investire gran parte del proprio capitale politico. La strategia della fermezza ha pagato, permettendo al governo di incassare la fiducia sui primi articoli della legge, incentrata su un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. Il vero thriller politico, però, deve ancora andare in scena, perché superati i passaggi palesi, il testo è atteso al varco del voto finale a scrutinio segreto, dove l'ombra dei franchi tiratori e i malumori sotterranei degli alleati potrebbero trasformare una prova di forza in un clamoroso autogol.

La reazione delle minoranze a questa accelerazione è stata immediata e compatta, trovando nel metodo dell'esecutivo un terreno comune di battaglia. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno alzato le barricate a Camera e Senato, accusando il centrodestra di voler piegare le regole del gioco democratico a fini di pura autoconservazione. La critica più insidiosa mossa dai leader dell'opposizione è soprattutto comunicativa. Dipingere un Parlamento paralizzato da giorni su tecnicismi astratti e sbarramenti nei collegi, mentre fuori dai palazzi i cittadini affrontano l'erosione quotidiana del proprio potere d'acquisto.

Ed è proprio fuori dai palazzi della politica che la situazione si fa bollente, con i display dei distributori di benzina trasformati nel termometro della tensione sociale. Con l'addio al taglio delle accise scattato alla mezzanotte del 5 ottobre 2026, il prezzo del gasolio ha subito una fiammata di oltre 6 centesimi, sfondando il tetto dei 2,25 euro al litro sulla rete nazionale e superando i 2,26 euro in modalità self-service in autostrada. Un salasso per le tasche delle famiglie e una mazzata per la logistica, che rischia di innescare una reazione a catena sui prezzi di tutti i beni di prima necessità.

A gettare benzina sul fuoco delle polemiche c'è lo stallo sul fronte delle contromisure strutturali, in particolare il mancato varo dell'accisa mobile. Quello che doveva essere il paracadute automatico per calmierare i prezzi sfruttando il tesoretto dell'extra gettito IVA è rimasto congelato nei cassetti dei ministeri, intrappolato in un labirinto di verifiche tecniche. Per Giorgia Meloni la sfida ora è doppia: blindare i numeri in aula per lo Stabilium e, contemporaneamente, inventarsi una contromossa economica shock per spegnere la rabbia dei carburanti prima che il risentimento delle categorie produttive si saldi alle proteste delle opposizioni.

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