Nuovi scenari continuano ad alimentare le indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Negli ultimi anni, l'attenzione mediatica e inquirente è tornata a focalizzarsi sulla cosiddetta “pista intrafamiliare”, arricchita però da una variante teorica: l'ipotesi che un soggetto vicino al nucleo familiare possa aver appreso un segreto privato e averlo sfruttato per condizionare le indagini e rimanere libero e impunito. Si tratterebbe di una figura finora rimasta sullo sfondo delle inchieste ufficiali, la cui identità e il cui effettivo ruolo rimangono tuttora da decifrare e da scandagliare.
Secondo questa ricostruzione ipotetica, tale figura, muovendosi in una posizione di familiarità, avrebbe potuto godere della fiducia della quindicenne. Tale elemento si collegherebbe alla ricostruzione degli ultimi spostamenti della ragazza il 22 giugno 1983. Dopo aver perso l’autobus 70 su Corso Rinascimento, Emanuela si incamminò con una compagna verso Corso Vittorio Emanuele II. L'ipotesi al vaglio di alcuni analisti suggerisce che la giovane possa essere salita a bordo di una vettura proprio in virtù del legame di conoscenza e affidamento verso il conducente, escludendo così un rapimento violento in pieno centro. Come del resto avevano intuito anche gli investigatori dell’epoca che esclusero un sequestro ma ritennero più probabile che la giovane studentessa si fosse allontanata con un conoscente o un amico occasionale.
Il fulcro di questo filone, che si contrappone alla tesi del sequestro da parte di un commando organizzato, ruota attorno a un verbale e a un carteggio riservato emersi nel 2023. Si tratta della corrispondenza del settembre 1983 in cui l'allora Segretario di Stato Vaticano, Agostino Casaroli, chiedeva riscontri a un prelato in merito a presunte insidie verbali subite in passato da Natalina Orlandi, sorella maggiore di Emanuela, da parte dello zio Mario Meneguzzi (deceduto da anni). L'episodio, che lo stesso magistrato Domenico Sica approfondì all'epoca ascoltando la giovane, è stato poi ridimensionato dalla stessa Natalina, che in conferenza stampa ha precisato essersi trattato unicamente di avances verbali risalenti al 1978, subito interrotte.
Il punto nodale di questa tesi si concentra sulla ristrettissima cerchia di persone a conoscenza di quel vecchio episodio privato: la stessa Natalina, il fidanzato dell'epoca (poi divenuto suo marito) e il loro confessore. Da qui nasce l'interrogativo circa la possibilità che un terzo soggetto, venuto a conoscenza dei fatti, possa aver veicolato la notizia agli inquirenti per orientare i sospetti su Meneguzzi. Un'operazione che, se confermata, avrebbe offerto al responsabile della scomparsa un duplice vantaggio: allontanare l'attenzione da sé e indirizzare le indagini verso altri canali.
Per quanto la famiglia Orlandi continui a ritenere la pista intrafamiliare un depistaggio, c’è da notare che fu lo stesso Ercole Orlandi a consegnare agli inquirenti una lista delle persone che frequentavano casa sua. Una collaborazione, la sua, che testimonia come gli investigatori dell'epoca ritenessero doveroso vagliare metodicamente ogni potenziale frequentazione e cerchia relazionale del nucleo familiare. A distanza di decenni, questo intreccio attende ancora risposte certe.