Un mistero si riaccende attorno a un foglio di carta dimenticato. Il poliziotto Bruno Bosco, davanti alle telecamere del programma televisivo Filo Rosso, ha negato di aver tracciato l’identikit dell’uomo visto a colloquio con quella che si suppone essere Emanuela Orlandi poco prima della sua scomparsa. Le affermazioni dell’ex agente corrispondono al vero: a fornire gli elementi per quel volto non fu lui, bensì il vigile urbano Alfredo Sambuco, interrogato dalla Procura di Roma il 22 ottobre 1985, due anni e mezzo dopo la sparizione della ragazza. Una convocazione però tardiva.
Fu lui a notare una ragazza identica a Emanuela, ferma a confabulare in modo confidenziale con un uomo. Sambuco fornì una descrizione chirurgica, fotografando con le parole i tratti somatici dello sconosciuto: un uomo di circa 40-45 anni, alto più o meno un metro e settantacinque, con il viso allungato e le labbra sottili. La fronte spaziosa era segnata da una vistosa stempiatura e i capelli erano castano scuri. L'identikit che ne scaturì mostrava una forte somiglianza con Mario Meneguzzi, lo zio acquisito di Emanuela; indagini successive hanno poi dimostrato che l'uomo, per tornare a casa, transitava proprio nei pressi della scuola di musica frequentata dalla ragazza e, come ha rivelato un’ex amica, a volte le offriva un passaggio a casa.
Ma il vero colpo di scena di questa svolta investigativa esplode nelle ore successive, trascinando l'inchiesta in un labirinto di specchi e coincidenze da brivido. Il magistrato inquirente Ilario Martella, esaminando il profilo appena emerso, notò la somiglianza tra i tratti somatici dell'uomo dell'identikit e quelli di Mario Meneguzzi. Lo zio della quindicenne, fin dalle primissime ore successive alla scomparsa, prese in mano le redini dei contatti per la famiglia, muovendosi come portavoce ufficiale e gestendo le telefonate con i presunti sequestratori. Le caratteristiche fisiche descritte dal vigile Alfredo Sambuco (deceduto da anni) sembravano cucite addosso a lui, trasformando il nucleo familiare nel nuovo, drammatico epicentro del giallo.
Il 31 ottobre dello stesso anno Martella convocò Mario Meneguzzi. In quell’occasione, il magistrato gli chiese dove si trovasse il 22 giugno 1983, ricevendo una risposta netta: «Sono stato tutto il giorno a Torano, con mia moglie, mia figlia e mia cognata». L'obiettivo della Procura era blindare la posizione dell'uomo, escludendo una volta per tutte — o confermando in modo definitivo — un suo coinvolgimento diretto nelle fasi iniziali della scomparsa. Tuttavia, Martella chiuse il capitolo sulla parola, senza verificare se l’alibi fosse vero o falso e senza interrogare le donne citate, quantomeno per sincerarsi che l’uomo fosse rimasto davvero tutto il giorno a Torano.
Questo capitolo dell'inchiesta, riemerso con forza dall'oscurità dei documenti ufficiali, mette a nudo i ritardi cronici che hanno paralizzato il caso Orlandi. Quella sovrapposizione geometrica tra il volto dello sconosciuto del Senato e un membro così vicino al cuore della famiglia non è mai stata archiviata del tutto, continuando ad alimentare un incendio di sospetti e veleni mai spento. Un identikit tardivo, sepolto per anni, si è così trasformato in uno dei crocevia più discussi dell'intero caso Orlandi; un mistero che, a distanza di decenni, sarà ormai difficile da dipanare.