Dal Reddito di Cittadinanza ai fondi della Lega, Riccardo Bossi in carcere per truffa allo Stato

Mario Barbato
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24/09/2026
•
Cronaca
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L’arresto di Riccardo Bossi, primogenito del fondatore della Lega Umberto Bossi, segna la fine di un lungo percorso giudiziario caratterizzato da svariati procedimenti penali. L’uomo è stato prelevato dalla sua abitazione a Busto Arsizio dagli agenti del commissariato locale e condotto in carcere. L’operazione è scattata in seguito a un provvedimento di cumulo di pene concorrenti emesso dall’Ufficio Esecuzioni Penali della Procura della Repubblica di Busto Arsizio, che ha certificato l’irrevocabilità di diverse sentenze di condanna accumulate nel corso degli ultimi anni.

La misura restrittiva prevede una permanenza in cella pari a 5 anni e 9 mesi di reclusione, un calcolo matematico derivato dalla somma di svariate condanne definitive per reati consumati tra il 2011 e il 2020. Tra i passaggi decisivi che hanno fatto scattare l'ordine di carcerazione vi è la recente pronuncia della Corte di Cassazione, che ha reso definitiva la condanna a 2 anni e 6 mesi per truffa aggravata ai danni dello Stato. Con la definitività di questo reato, il quadro complessivo non ha più consentito l'accesso a misure alternative alla detenzione, costringendo i magistrati a disporre l’immediato trasferimento in istituto penitenziario.

Il reato più recente e di maggiore impatto mediatico riguarda l'indebita percezione del Reddito di Cittadinanza, che l'uomo ha incassato per oltre tre anni e mezzo, tra il 2020 e il 2023. Secondo quanto accertato dalle indagini della Guardia di Finanza, Bossi avrebbe percepito indebitamente dallo Stato una cifra superiore ai 28.000 euro, omettendo di comunicare informazioni patrimoniali e simulando requisiti reddituali che non possedeva. Questa specifica vicenda ha aggravatola sua posizione, unendosi a un curriculum giudiziario già ampiamente compromesso.

Il cumulo complessivo comprende infatti altre condanne storiche per appropriazione indebita e truffe ai danni di privati e commercianti, risalenti agli anni in cui il nome della famiglia Bossi era al centro delle cronache politiche. Tra i precedenti figurano l’uso illecito dei fondi del partito della Lega per scopi ed esigenze strettamente personali (filone emerso nell'ambito della celebre inchiesta milanese "The Family") e una serie di raggiri a gioiellerie, concessionarie di auto di lusso e professionisti, ai quali l'uomo ordinava beni o servizi senza mai saldare i relativi conti.

Dallo spettro del provvedimento restrittivo eseguito a Busto Arsizio è rimasta invece esclusa una condanna a un anno e quattro mesi legata a vicende di maltrattamenti in famiglia, che ha seguito un iter procedurale differente. L'ingresso in carcere di Riccardo Bossi chiude una parabola di contenziosi legali che, a partire dagli scandali sui finanziamenti pubblici della Lega, ha visto il primogenito del "Senatùr" progressivamente isolato dal contesto politico e costantemente monitorato dalle forze dell'ordine per reati di natura prevalentemente economico-finanziaria.

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