Emanuela Orlandi, nuove rivelazioni: perché l'alibi dello zio Mario Meneguzzi rischia di crollare

Mario Barbato
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17/09/2026
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Attualità
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Nuovi dubbi scuotono la ricostruzione sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Al centro del riesame dei fatti c’è l'alibi di Mario Meneguzzi, zio della ragazza. Le audizioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta hanno portato a galla una dinamica diversa da quella finora conosciuta. Mario Meneguzzi, interrogato dal giudice Ilario Martella il 31 ottobre 1983, disse di essersi trovato a Torano per tutta la giornata del 22 giugno 1983, di non essersi mai mosso da lì e di aver saputo della sparizione delle nipote a mezzanotte, avvisato da una telefonata di Ercole Orlandi.

A incrinare questa versione dei fatti, però, è la testimonianza di Pietro Meneguzzi, figlio di Mario, che davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha rivelato che la prima telefonata da casa Orlandi arrivò intorno alle ore 22:00 e non dopo la mezzanotte come dichiarato dal padre. Ciò che colpisce è che la chiamata non fu indirizzata alla casa di campagna a Torano (Rieti), ma all'appartamento romano dello zio. Questo dettaglio dimostra che il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, compose il numero della Capitale pur sapendo che il cognato avrebbe dovuto trovarsi a oltre cento chilometri di distanza con il resto della famiglia perché – come ha dichiarato Pietro Meneguzzi – a Torano c’era anche Anna Orlandi, sorella convivente di Ercole. 

Questo dimostra che Ercole Orlandi sapeva bene che l'uomo si trovava a Roma. Tale telefonata anticipata apre una fitta anomalia temporale. Interrogato sempre da Martella il 1° dicembre 1987, Ercole Orlandi disse di aver contattato il cognato per chiedere una mano nelle ricerche della figlia scomparsa. Qui si apre un dubbio mai chiarito. Emanuela Orlandi, insieme alla sorella Cristina, era attesa a casa per le 20:30. Tuttavia, si presentò solo Cristina, la quale disse che la sorella non si era recata all’appuntamento con la comitiva appena terminate le lezioni di musica intorno alle 19.00. Per una ragazza di quindici anni, un ritardo di un'ora e mezza è senza dubbio un evento preoccupante. Tuttavia, appare prematuro per spingere un genitore a mobilitare un parente per una vera e propria squadra di ricerca d'emergenza. Risulta perciò molto più verosimile un'altra ipotesi logica: in quel momento Ercole Orlandi non stava ancora cercando un coordinatore per le indagini. Molto più semplicemente, voleva verificare se la figlia si trovasse insieme allo zio, spinto da una coincidenza logistica quotidiana che non poteva essere ignorata.

All'origine di quel tentativo al numero romano c'era infatti la consapevolezza che Meneguzzi fosse stato trattenuto in città dai suoi turni lavorativi, legati ai servizi di ristorazione di Montecitorio. Sapendo che lo zio si muoveva abitualmente nella stessa zona del centro storico e negli stessi orari serali in cui Emanuela usciva dalla scuola di musica di piazza Sant'Apollinare, Ercole ipotizzò forse un legame tra le due cose. Il sospetto immediato del padre fu che lo zio e la nipote potessero essersi incrociati per strada o che si fossero accordati per un passaggio in auto verso casa. Ercole Orlandi, quindi, chiamò alle 22.00 per sapere molto probabilmente se il cognato avesse notizie di Emanuela, se l’avesse prelevata strada facendo.

Per tutti questi anni la cronologia di quella sera è rimasta legata alle dichiarazioni di Ercole Orlandi, il quale aveva affermato di aver telefonato al cognato per chiedere una mano nella ricerca di Emanuela. Una richiesta dettata dal fatto che Meneguzzi, lavorando alla Camera, aveva importanti conoscenze e poteva bussare a porte che agli Orlandi erano precluse. Quella versione, resa a Martelli, aveva di fatto blindato l'alibi di Meneguzzi, descritto come un parente che si trovava fuori città. Tuttavia, l’analisi incrociata tra le nuove testimonianze e gli atti giudiziari evidenzia delle lacune nelle versioni rese dal papà di Emanuela alla Procura di Roma. 

Il contrasto tra le vecchie dichiarazioni e le ultime rivelazioni spinge ora i magistrati romani a riesaminare a fondo l’alibi di Meneguzzi nelle prime cruciali fasi delle ricerche. Ercole Orlandi, davanti alle domande di Martella, scelse di non menzionare il tentativo di chiamata a Roma delle 22:00. L'uomo omise anche la vistosa sovrapposizione dei percorsi stradali tra la scuola della figlia e l'ufficio del cognato. Non è chiaro se si sia trattato di una dimenticanza o di una precisa volontà familiare di non focalizzare i sospetti investigativi dentro le mura domestiche. Questo interrogativo resta, a tutt'oggi, l’elemento cruciale dell'intera vicenda. Se si scoprisse infatti che Mario Meneguzzi, come ipotizzato dal padre di Emanuela, non si trovava a Torano nell’ora della sparizione della nipote, il suo alibi crollerebbe miseramente, chiudendo, definitivamente, il cerchio sulle sue eventuali colpe sul caso Orlandi. 

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