Il Colosseo dei social sulle spalle del Quirinale

Dal deepfake dell'Imperatore Vannacci al pasticcio di Nordio: così la propaganda dell'intelligenza artificiale svuota la Costituzione sul caso Roggero

Mario Barbato
25/07/2026
Politica
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Dalle condanne a morte digitali alla supplica imperiale al Quirinale. Dietro le quinte della politica si consuma l’ennesimo cortocircuito italiano, dove la propaganda si trasforma in una spregiudicata messinscena algoritmica, capace di calpestare le istituzioni pur di catturare l'emotività dell'opinione pubblica. Al centro del caso c'è Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per il duplice omicidio di due rapinatori. Una vicenda che oggi torna a bussare violentemente alle porte del Quirinale, ma non attraverso i canali formali, bensì tramite le vie della propaganda digitale più aggressiva.

Solo pochi giorni fa, i canali social ufficiali dell'eurodeputato Roberto Vannacci ospitavano un delirante video generato dall'intelligenza artificiale: l'ex generale, nei panni di un imperatore romano, decretava il "pollice verso" per condannare i rivali politici Giuseppe Conte, Elly Schlein e Laura Boldrini, in un bizzarro mix pop che vedeva spuntare persino l'imprenditore Giuseppe Barboni con un cono gelato in mano. Oggi, lo scenario da Peplum post-moderno si ripete sul profilo Instagram del leader di Futuro Nazionale, ma l'obiettivo si sposta sul Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L'analisi del nuovo filmato svela un'operazione di marketing politico costruita per fare pressione sul Capo dello Stato. Il Vannacci-condottiero marcia risoluto verso un anziano seduto sul trono che ha le sembianze inconfondibili di Mattarella, ridotto dall'algoritmo a un monarca d'altri tempi. Il generale consegna una pergamena bianca che si accende con la scritta "Gratia" marchiata a fuoco.

Sotto lo sguardo della statua della Iustitia Augusta, l'avatar del Presidente si alza e posa un diamante sulla bilancia, alterandone il peso: un chiaro messaggio subliminale sulla necessità di piegare la legge. Da lì, il video scivola nel melodramma su note di musica epica: una colomba bianca vola dietro le sbarre della cella del clone digitale di Roggero, dal cui occhio sgorga una lacrima. Nel climax messianico finale, è Vannacci in persona a togliere le manette ai polsi del gioielliere, scortando fuori dal carcere tra gli applausi della folla e l'abbraccio con moglie e figlie. L'intera operazione si condensa in una didascalia gelida: "Grazia per Roggero. Amen".

Questo bizzarro show in pixel non è solo cattivo gusto digitale, ma benzina sul fuoco di uno scontro tra i palazzi del potere romano. La clip si inserisce a gamba tesa in una ferita aperta tra il Quirinale e il ministero della Giustizia. Il Guardasigilli Carlo Nordio aveva annunciato l'avvio dell'istruttoria per la grazia a Roggero, rincorrendo la grancassa della raccolta firme istigata dai partiti di centrodestra per forzare i tempi. Una sgrammaticatura istituzionale che ha costretto Sergio Mattarella a una mossa d’altri tempi: convocare il ministro per ricordargli che la grazia è una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato e che il Colle non accetta diktat, né dalla politica né dalle piazze. Il retroscena che trapela dagli ambienti del Quirinale fotografa l'assurdità dell'intera vicenda: nel colloquio blindato non si è nemmeno sfiorato il merito del provvedimento. Il motivo è quasi ridicolo nella sua evidenza giuridica: la Cassazione non ha ancora depositato le motivazioni della sentenza contro il gioielliere. Discutere di colpi di spugna oggi è politicamente velleitario.

Davanti al gelo del Quirinale, il ministro Nordio ha dovuto incassare il colpo, inscenando una retromarcia: prima l'annuncio dell'avvio formale dell'iter per compiacere la propria base elettorale, poi la smentita precipitosa non appena l'irritazione di Mattarella è diventata troppo evidente per essere ignorata. Una mossa che svela tutta la fragilità di una politica che preferisce gli slogan alla realtà delle procedure. I fatti dicono che i tempi per un'eventuale clemenza presidenziale sono lunghi, complessi e rigorosamente blindati dalla legge, ben lontani dai clic immediati dei video generati dall'IA. La macchina burocratica segue tappe precise. Il ministro della Giustizia ha il solo compito di formulare un parere sul caso, ma tale parere non è vincolante per il Quirinale. Ma quando la politica rinuncia ai fatti per farsi avatar, il dibattito pubblico muore nel Colosseo dei social network. E mentre la cyber-propaganda di Vannacci simula liberazioni virtuali a favore di telecamera, la realtà giudiziaria si scontra con il peso dei codici e la fermezza delle prerogative costituzionali.

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