Non c’entra l’Isis e questo è appurato.
Ma Aly Sonboly, il diciottenne killer solitario del fast food di Monaco di Baviera, morto nel corso della sua azione omicida, oltre che del suo personale mal di vivere – che ne fa un Breivik eurasiatico –, quel sanguinoso venerdì 22 luglio aveva caricato la sua pistola Clock 9 mm dalla matricola abrasa anche di un forte sentimento estremista e xenofobo di ultra-destra. Lo riferiscono fonti dei servizi segreti tedeschi alla Frankfurter Allgemeine Zeitung.
Si vantava di esser nato lo stesso giorno di Hitler, Sonboly, e cioè precisamente il 20 aprile. Tra la nascita del dittatore tedesco, ossessionato dall’odio contro gli ebrei, e quella del giovane attentatore tedesco-iraniano, che nutriva invece un disprezzo profondo contro gli arabi e i turchi, nei cui confronti (da persiano e quindi ariano) si sentiva superiore, intercorrono 109 anni.
Uno, il futuro Führer, ebbe l’infanzia e la giovinezza minate dalle innumerevoli tragedie familiari e anche dall’insoddisfazione per una serie di successi artistici negati. L’altro, lo stragista del McDonald’s, aveva invece avuto un’età dei giochi tormentata – irreversibilmente macchiata – da episodi di bullismo passivo.
La differenza sostanziale, però, è che mentre il tragico Olocausto deciso da Hitler durò molti anni (quasi l’intera durata della II guerra mondiale), la “soluzione finale” architettata e attuata da Sonboly è durata lo spazio di una sera, inaspettatamente tragica come quelle – recenti – di Nizza e di Dacca. Il bottino – ingente per le cronache ma probabilmente magro per l’attentatore – è stato di nove vittime: e si tratta per la quasi totalità di immigrati. Tra di esse, infatti, ci sono tre persone di origine kosovara, altre quattro provenienti dalla Turchia e poi un greco. Cinque minorenni e quattro adulti (a cui si possono anche aggiungere 35 feriti). Meno, molto meno del suo modello Breivik, che di morti, esattamente cinque anni prima (il giorno era sempre il 22 luglio) ne aveva fatti 77.