Di Andrea Pimpini, assistente di ricerca e studente del master in international integrated resort management all’Università di Macao (Cina) , Faculty of Business Administration, Department of Integrated Resort and Tourism Management
Negli ultimi anni si parla spesso di crisi della musica, ma il dibattito resta nella maggior parte dei casi superficiale: si tende a puntare il dito contro lo streaming, contro Spotify o contro i cambiamenti tecnologici. In realtà, oggi la criticità più evidente riguarda un altro ambito: la musica dal vivo. Se in passato i concerti rappresentavano un’àncora di salvezza per molti artisti tradizionali che faticavano ad adattarsi allo streaming digitale, oggi anche questo canale è diventato per loro fonte di difficoltà.
Quello che sta accadendo sotto gli occhi di tutti: concerti cancellati, date spostate, tour ridimensionati, non è frutto del caso. È il segnale di un cambiamento strutturale che riguarda artisti, pubblico e intero sistema dell’intrattenimento.
Dallo streaming allo show: come è cambiato il valore della musica
A partire dal periodo 2016-2017, il mercato musicale italiano ha iniziato una trasformazione profonda, legata soprattutto alla rivoluzione digitale. Proprio in quegli anni si registra un passaggio simbolico e concreto: per la prima volta il digitale supera il supporto fisico, arrivando a rappresentare oltre la metà del mercato (51%), trainato principalmente dalla crescita dello streaming, che da solo vale circa il 40% del totale.
Questo cambiamento ha avuto conseguenze strutturali. Se un tempo il valore economico della musica era concentrato nella vendita di dischi, oggi si è progressivamente spostato altrove. Lo streaming ha reso la musica accessibile ovunque e in qualsiasi momento, ma ha anche ridotto il valore unitario dell’ascolto. Per molti artisti, i ricavi derivanti dalle registrazioni non sono più sufficienti a sostenere una carriera.
È in questo contesto che il concerto ha cambiato ruolo: da semplice esecuzione dal vivo a vera e propria esperienza immersiva. Non bastano più le canzoni: servono narrazione, presenza scenica, momenti condivisibili sui social. Il live diventa contenuto, e non solo performance.
I concerti hanno quindi progressivamente assorbito logiche tipiche dei grandi eventi internazionali: produzioni sempre più complesse, scenografie elaborate, effetti visivi, regie pensate per essere spettacolari anche sugli schermi degli smartphone. L’obiettivo non è più solo coinvolgere il pubblico presente, ma generare visibilità e viralità.
Questa evoluzione ha però un costo: allestimenti più grandi, troupe più numerose, logistica più articolata. Di conseguenza, i costi di produzione sono cresciuti in modo significativo, aumentando anche i rischi economici per artisti e promoter.
Parallelamente, le stesse dinamiche digitali che hanno ridotto i ricavi tradizionali hanno abbattuto le barriere all’ingresso nel mercato. Pubblicare musica è diventato semplice e relativamente economico, e raggiungere un pubblico potenziale non è più un privilegio di pochi.
Il risultato è un aumento esponenziale dell’offerta: più artisti, più uscite, più tour. Ma la domanda, tempo, attenzione e capacità di spesa del pubblico, non è cresciuta allo stesso ritmo. Si crea così uno squilibrio strutturale: un’abbondanza di contenuti e spettacoli che supera la reale capacità di assorbimento del mercato.
In questo scenario, il passaggio "dalla musica allo spettacolo" non è solo una scelta artistica, ma una necessità economica. Tuttavia, è anche uno dei fattori che contribuiscono all’instabilità attuale del settore live.
La bolla post-Covid
Per un momento è sembrato che tutto fosse tornato come prima. Anzi, meglio di prima.
I numeri del 2023 davano proprio questa sensazione: più di 36.000 concerti in tutta Italia, quasi 24 milioni di spettatori e incassi vicini ai 900 milioni di euro. Una crescita enorme, quasi irreale. Rispetto al 2019 si parla di aumenti vicini al raddoppio, sia per eventi che per pubblico.
Dopo due anni di stop era inevitabile. La gente aveva voglia di uscire, di tornare sotto un palco, di recuperare il tempo perso. E l’industria aveva bisogno di ripartire, velocemente, recuperando tutto insieme.
Ed è esattamente quello che è successo: tutto insieme.
Tour rimandati, nuove date, nuovi artisti, nuovi progetti. Calendari pieni, anzi strapieni. All’inizio sembrava energia pura, un segnale di salute. Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a non quadrare.
Troppa offerta concentrata nello stesso momento.
Oggi si vede meglio. Non in un singolo caso, ma in tanti piccoli segnali che si somigliano: concerti che non arrivano al sold out, date spostate, eventi ridimensionati, location più piccole. Non è un’eccezione, è una dinamica che si ripete.
Quella crescita così impressionante, a guardarla adesso, sembra meno solida di quanto apparisse. Era anche una risposta emotiva, quasi fisiologica, dopo anni di silenzio. Ma era prevedibile che non potesse durare nel tempo.
Quell’urgenza di eventi live è poi passata. Il pubblico non è sparito, ma è tornato a scegliere con più attenzione. E a rinunciare, quando serve.
La “bolla”, se vogliamo chiamarla così, non è scoppiata di colpo. Si sta sgonfiando piano. Ma basta guardarsi intorno per accorgersene: il sistema oggi fatica a sostenere il volume che lui stesso ha creato.
Prezzi più alti, pubblico in difficoltà
A rendere tutto più complicato c’è una variabile che spesso resta sullo sfondo, ma che in realtà pesa più di tutte: la situazione economica.
Negli ultimi anni il potere d’acquisto degli italiani è sceso. Non di poco. Si guadagna più o meno come prima, ma con quegli stessi soldi si riesce a fare meno. La vita costa di più, tutto costa di più.
E in questo scenario, anche i concerti non fanno eccezione. Anzi.
In molti casi i prezzi sono aumentati molto di più, con salti evidenti rispetto al periodo pre-pandemia.
Le ragioni sono diverse. I costi di produzione sono cresciuti: energia, trasporti, allestimenti, personale. Organizzare un tour oggi costa di più, spesso molto di più.
Poi c’è il modo in cui i biglietti vengono venduti. Il prezzo non è sempre fisso: può cambiare in base alla domanda. A questo si aggiungono le commissioni delle piattaforme, che incidono in modo concreto sul totale.
E così il prezzo che si vede all’inizio non è mai quello finale.
Ma soprattutto, il biglietto è solo una parte della spesa. C’è il viaggio, magari il treno o la benzina. C’è da mangiare. A volte da dormire fuori. Alla fine, quello che doveva essere un concerto da 30 o 40 euro diventa facilmente una spesa doppia, se non tripla.
È qui che si crea la vera frattura.
Non è che le persone non vogliono più andare ai concerti. Vogliono ancora farlo. Ma non possono farlo sempre, e sicuramente non per tutto.
Quindi scelgono. Tagliano. Rimandano.
E quando l’offerta è altissima ma il budget resta lo stesso, il risultato è inevitabile: tanti eventi restano indietro. Anche quando, sulla carta, non dovrebbero.
Il fenomeno della “blue dot fever”
Nel settore si parla sempre più spesso di “blue dot fever”. Il nome sembra quasi ironico, ma nasce da qualcosa di molto concreto: le mappe dei biglietti online. Su piattaforme come Ticketmaster, nel mondo, Ticketone, in Italia, ogni posto ancora disponibile è segnato con un puntino blu. Quando quei puntini diventano tanti, troppi, il colpo d’occhio è immediato. E dice più di qualsiasi comunicato stampa.
Negli ultimi mesi quelle mappe, in molti casi, sono rimaste piene. Non completamente vuote, ma abbastanza da far capire che qualcosa non sta funzionando come prima. E infatti, sempre più spesso, dietro a date spostate o tour cancellati si intravede lo stesso problema: la difficoltà a vendere abbastanza biglietti.
Il fenomeno non è solo italiano. Anche a livello internazionale si stanno moltiplicando i casi di tour ridimensionati o abbandonati, spesso anticipati proprio da quelle mappe “piene di blu”. È diventata quasi una forma di linguaggio tra fan e addetti ai lavori: prima ancora degli annunci ufficiali, basta aprire la pianta di un concerto per intuire come andrà a finire. (Global News: https://globalnews.ca/news/11847708/what-is-blue-dot-fever-music-industry/)
Questo non significa necessariamente che gli artisti siano meno rilevanti o meno seguiti. In molti casi, la loro popolarità digitale resta altissima. Il punto è un altro: trasformare ascolti e visibilità in presenze fisiche, oggi, è molto più difficile.
Ci sono più concerti, più concorrenza, più alternative. E soprattutto, costi più alti per il pubblico. Quando tutto aumenta, arriva un momento in cui le persone iniziano a tirare il freno. Non smettono di ascoltare musica, ma smettono di comprare senza pensarci.
La “blue dot fever” è proprio questo: non un crollo improvviso, ma un segnale visibile di un cambiamento più profondo. È il punto in cui la domanda non riesce più a tenere il passo con l’offerta. E quando succede, anche eventi che fino a pochi anni fa sarebbero andati esauriti iniziano a mostrare spazi vuoti.
Non è una crisi di interesse. È una crisi di sostenibilità, che riguarda tutto il sistema.
Un sistema da ripensare
Di fronte a questo scenario, continuare a ragionare con le logiche del passato è rischioso.
Servono scelte diverse, più sostenibili sia per il pubblico che per gli artisti.
1. Tornare a venue più piccole
Lo stadio ha un impatto mediatico forte: immagini spettacolari, video che circolano facilmente, grande visibilità. È una scelta che funziona molto bene sul piano dell’immagine, ma non sempre su quello della sostenibilità.
In molti casi, riportare i concerti in spazi più contenuti può essere una soluzione più equilibrata. I teatri, per esempio, permettono di mantenere prezzi più accessibili, offrire un’esperienza sonora migliore e aumentare il numero di date nel tempo, distribuendo la domanda invece di concentrarla tutta in un unico evento. Meno eccezionalità e più continuità.
2. Integrare concerto e turismo
Sempre più spesso il problema non è il biglietto in sé, ma tutto ciò che ruota intorno al concerto.
Trasporti e alloggi, soprattutto per chi si sposta, incidono spesso più del costo dell’ingresso. È qui che si gioca una parte importante dell’accessibilità.
Una possibile direzione è quella di costruire offerte integrate, che includano concerto, pernottamento e trasporto in formule più chiare e controllate. Ridurre la variabilità dei costi e la percezione di speculazione aiuterebbe a rendere l’esperienza più accessibile e, allo stesso tempo, più prevedibile.
3. Ripensare i prezzi
Negli ultimi anni i prezzi sono aumentati, e in alcuni casi la differenza tra palazzetti e stadi è diventata meno evidente di quanto ci si aspetterebbe.
Questo crea una distanza tra percezione e realtà. Il pubblico fatica a giustificare certe cifre, soprattutto quando il contesto generale costringe già a ridurre altre spese.
Rivedere le politiche di prezzo, anche con maggiore flessibilità e coerenza, potrebbe aiutare a riportare più persone ai concerti. Non necessariamente abbassare sempre, ma trovare un equilibrio che tenga conto di quanto il pubblico sia davvero disposto a spendere.
4. Pianificare meglio
Anche il modo in cui i tour vengono annunciati ha un impatto.
Quando le date sono troppo ravvicinate o distribuite su molte città nello stesso periodo, l’urgenza diminuisce. Le persone tendono a rimandare o a scegliere l’opzione più comoda, lasciando vuote le altre.
Una programmazione più attenta, con eventi meno sovrapposti e percepiti come più unici, può fare la differenza nel modo in cui il pubblico reagisce.
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Andrea Pimpini è attualmente assistente di ricerca e studente del master in International Integrated Resort Management all'Università di Macao, Facoltà di Business Administration (con tripla accreditazione riservata a poche business school in tutto il mondo). Trasferitosi a Macao nel 2024, Andrea ha diverse esperienze accademiche e lavorative a Macao, città famosa per i suoi resort integrati. Andrea pubblica op-ed per Eurasia Review e TravelDailyNews Asia-Pacific.