UNIPLUX e il paradosso del classic rock: reinventare il passato senza tradirlo

Con la nuova rilettura di “D’yer Mak’er”, Uniplux affronta una delle sfide più complesse della musica contemporanea: dialogare con il repertorio storico del rock evitando tanto la copia reverenziale quanto la modernizzaz

Giulio Berghella
29/05/2026
Musica e spettacolo
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Nel rock esiste un problema che raramente viene affrontato con chiarezza: che cosa significa davvero reinterpretare un classico oggi?

La domanda non è banale. Da una parte c’è il rischio della fedeltà assoluta, quella che trasforma qualsiasi cover in un esercizio tecnico impeccabile ma privo di reale necessità artistica. Dall’altra c’è la tentazione opposta: aggiornare il materiale storico attraverso interventi estetici aggressivi, spesso più interessati all’effetto contemporaneo che alla sostanza musicale del brano.

È precisamente dentro questa tensione che si colloca il nuovo progetto di Uniplux dedicato a “D’yer Mak’er” dei Led Zeppelin.

La scelta del pezzo è già, di per sé, un segnale preciso.

Non Black Dog. Non Rock and Roll. Non il repertorio Zeppeliniano più monumentale e immediatamente riconoscibile. Uniplux sceglie invece uno dei brani più laterali e meno “ortodossi” del catalogo della band britannica: un episodio costruito sull’ibridazione tra rock, reggae, groove e ironia compositiva.

Pubblicata nel 1973 dentro Houses of the Holy, “D’yer Mak’er” rappresentava già allora una piccola sfida all’interno del linguaggio hard rock. I Led Zeppelin, nel pieno della loro forza creativa, decidevano di sabotare parte della propria stessa immagine musicale, aprendo il suono a contaminazioni che molti ascoltatori dell’epoca trovarono persino destabilizzanti.

È proprio questa instabilità che sembra interessare Fabio Nardelli/Uniplux.

La nuova interpretazione non lavora infatti sul mito Zeppeliniano come oggetto intoccabile. Piuttosto, recupera il principio creativo che stava dietro al brano originale: la libertà di uscire dalle formule attese.

Musicalmente il progetto mantiene forte attenzione verso la dimensione organica del suono. La produzione lascia spazio alla relazione tra strumenti, alla presenza delle chitarre, alla mobilità ritmica. Non c’è la ricerca ossessiva del vintage come marchio estetico, ma neppure il desiderio di “attualizzare” il pezzo attraverso scorciatoie produttive contemporanee.

Questo equilibrio si costruisce anche grazie alle collaborazioni coinvolte nel lavoro.

Dave Sumner, con il proprio percorso radicato nella scena britannica degli anni Sessanta e nella successiva esperienza italiana, porta dentro il progetto una memoria rock concreta, vissuta professionalmente. La sua partecipazione aggiunge profondità culturale e musicale a un’operazione che ragiona proprio sull’incontro tra differenti genealogie sonore.

Fabio Varrone/Anarchybrain contribuisce invece ad ampliare il respiro creativo del progetto, mantenendo il lavoro aperto a una sensibilità artistica trasversale e non rigidamente classicista.

Ma il vero punto di equilibrio rimane Uniplux.
Nel percorso di Fabio Nardelli il rapporto con il rock non appare mai puramente nostalgico. La sua storia musicale — dalle radici punk italiane fino alle produzioni più recenti — mostra piuttosto un interesse costante verso il rock come linguaggio culturale, come spazio di tensione tra memoria, identità e ricerca espressiva.

Ed è forse proprio qui che il nuovo “D’yer Mak’er” trova il proprio significato più interessante.

Non nell’idea di dimostrare che i classici siano immortali.
Quello lo sappiamo già.
La questione, semmai, è capire come continuare a renderli musicalmente necessari.
La risposta proposta da Uniplux sembra semplice ma tutt’altro che scontata: trattare il passato non come reliquia da proteggere, ma come materiale ancora disponibile al rischio creativo.
Per il rock, probabilmente, non esiste forma di fedeltà più autentica.

 
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