“Diavoli” e fragilità: il romanzo gotico di Emanuela Molaschi

Nel libro I Tre Diavoli di Cime Tempestose la scrittrice lodigiana Emanuela Molaschi trasforma dolore, esclusione e fantasia in una fiaba gotica sulla fratellanza e sulla sopravvivenza emotiva.

Dino Tropea
26/05/2026
Libri
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C’è una frase, dentro I Tre Diavoli di Cime Tempestose, che probabilmente spiega meglio di tutte il cuore del libro:

“Noi non siamo servi, noi siamo la tempesta.”

È attorno a questa idea che Emanuela Molaschi costruisce un racconto breve ma emotivamente molto denso, sospeso tra reinterpretazione letteraria, fiaba gotica e confessione personale. Il libro, firmato dalla scrittrice lodigiana, prende ispirazione dall’universo di Cime tempestose per creare una storia autonoma fatta di bambini ribelli, povertà, immaginazione e legami costruiti contro il mondo.

La premessa iniziale è già parte integrante dell’opera. Molaschi racconta apertamente il proprio isolamento, il dolore psicologico e l’uso dell’intelligenza artificiale come supporto creativo e tecnico. Non lo nasconde, anzi lo espone quasi come manifesto umano prima ancora che editoriale:

“Questo è stato fatto come gioco di ruolo/libro proprio perché è stato realizzato da una umana che non voleva arrendersi.”

Ed è forse proprio questa sincerità imperfetta a rendere il testo diverso da molte produzioni narrative contemporanee. Il libro non cerca la precisione chirurgica della narrativa commerciale. Cerca invece un contatto emotivo diretto con il lettore, anche a costo di lasciare nel testo asperità, ripetizioni e momenti volutamente eccessivi.

La storia introduce tre protagonisti: Hindley, Althea e Heathcliff. Non sono semplicemente bambini. Sono creature marginali, ferite, ostinate. Vivono in una brughiera che sembra uscita da una fiaba nera, dove il vento “fischiava storie di fantasmi” e la pioggia “cancellava le buone maniere”.

Althea è il personaggio più riuscito dell’intero libro. È manipolatrice e protettiva insieme, poetica ma anche inquietante. Una bambina che usa la fantasia come arma di difesa e come forma di controllo del mondo. Attorno a lei ruota tutto il romanzo. È lei a creare le leggende, a guidare i giochi psicologici, a trasformare il dolore in racconto condiviso.

Heathcliff, invece, porta il peso dell’esclusione sociale e razziale. Molaschi scrive:

“Un bambino che il mondo chiamava ‘mostro’ o ‘diverso’ solo perché erano troppo stupidi o razzisti per vedere la sua luce.”

La scrittura qui non cerca neutralità. È dichiaratamente emotiva, schierata dalla parte degli esclusi. Ed è proprio questa partecipazione emotiva a dare identità al testo.

L’immagine più forte dell’opera è il “violino di carta”. Non è solo un oggetto narrativo. È il simbolo della capacità di trasformare la povertà in identità condivisa. Quando Hindley soffre perché non può avere un vero violino, Althea gli consegna un disegno:

“Questo è tuo. Io ti canterò le melodie che sento nel vento, e tu le suonerai su questa carta.”

Da lì nasce la leggenda interna del libro. Il violino viene bruciato, distrutto, deriso. Ma ritorna sempre. Perché la “magia”, suggerisce il romanzo, non è nell’oggetto ma nella fratellanza. Una delle frasi più riuscite arriva infatti quando Althea spiega:

“Puoi bruciarne cento, e cento ne troverai nelle nostre mani.”

Il cuore simbolico dell’opera è tutto qui: la fantasia come resistenza, il gioco come sopravvivenza, l’infanzia come costruzione di mondi alternativi contro la crudeltà esterna.

Visivamente e stilisticamente il libro richiama atmosfere che ricordano Emily Brontë, Neil Gaiman e certe fiabe gotiche moderne. Ma sotto la componente fantasy si muove soprattutto una riflessione sulla marginalità. I protagonisti sono poveri, percepiti come strani, continuamente giudicati dagli altri bambini e dagli adulti.

Molto interessante anche il modo in cui Molaschi usa la paura psicologica. La lunga “guerra” contro Corinna, la bambina antagonista, non si basa sulla violenza fisica ma sulla costruzione di miti e superstizioni. I tre protagonisti la convincono che il violino sia magico, fino a destabilizzarla completamente.

In uno dei passaggi più inquietanti, Althea racconta:

“Questa carta non è stata fabbricata in una cartiera. È stata presa da una bambina cattiva.”

Qui il libro diventa quasi una riflessione sull’infanzia come territorio crudele, ambiguo, manipolatorio. Non esistono personaggi completamente innocenti. Anche i protagonisti usano la paura per proteggersi e per ottenere controllo sugli altri.

Il romanzo sceglie una struttura libera e fortemente emotiva, costruita attraverso episodi che rafforzano progressivamente il legame tra i protagonisti. La ripetizione di alcune dinamiche — le provocazioni di Corinna, la risposta compatta dei tre ragazzi, la costruzione della loro “magia psicologica” — diventa quasi un rituale identitario, una formula narrativa che consolida il senso di appartenenza e trasforma il gruppo in una piccola comunità alternativa contro il mondo esterno.

Anche la scrittura alterna registri diversi: momenti lirici, passaggi più istintivi, dialoghi teatrali e riflessioni esplicite. È proprio questa oscillazione a dare al testo una forte impronta personale. I Tre Diavoli di Cime Tempestose non sembra costruito per inseguire il mercato o le regole narrative standard, ma per dare forma a un’urgenza emotiva autentica.

E oggi, in un panorama spesso omologato, questa resta una caratteristica rara.

La vera forza del libro è il modo in cui trasforma il trauma in immaginazione condivisa. Quando i protagonisti si stringono insieme nel sottotetto e dichiarano: “Siamo i migliori” e subito dopo “Siamo giusti” non stanno parlando solo tra loro. Stanno costruendo una piccola comunità alternativa contro l’umiliazione esterna.

Ed è proprio lì che il romanzo funziona meglio: non nella perfezione tecnica, ma nella capacità di creare una mitologia emotiva fragile, infantile e disperatamente umana.

Disponibile esclusivamente in self publishing sulla piattaforma Lulu, I Tre Diavoli di Cime Tempestose conferma la natura indipendente e profondamente personale del progetto di Emanuela Molaschi. Un libro emotivo e fuori dagli schemi, che sceglie la sincerità narrativa invece delle logiche commerciali.

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