Pyongyang-Seul: risale la tensione.
Un fatto sempre gravissimo, ma non così inaudito. Eccezionale è invece venire a sapere che il regime di Kim Jong-un, in Nord Corea, comincia a diventare indigesto anche per alcuni pilastri dell’organizzazione bellica e dell’apparato di sicurezza del Paese.
È notizia di domenica scorsa, infatti, notizia confermata da Moon Sang-Gyun, portavoce del ministero della Difesa della Corea del Sud, che a disertare e a chiedere rifugio a Seul è stato un alto funzionario militare dell’intelligence chosonita (ricordiamo che nella nostra terminologia con chosonita intendiamo tutto ciò che è relativo alla Corea del Nord: l’aggettivo deriva dal nome originale del Paese, Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwaguk; allo stesso modo daeanita è ciò che si riferisce alla Corea del Sud, da Daehan Minguk). L’ufficiale, di cui non è stata svelata l’identità, è fino ad oggi il più alto in grado ad aver mai varcato la frontiera Nord-Sud.
Non molti giorni prima l’agenzia di stampa di Pyongyang, Kcna, aveva dato conto del buon esito dell’ennesimo test balistico, alla presenza dello stesso Kim. Il missile, lanciato il 7 aprile scorso dal Sohae Space Center di Tongchang-ri (nord-ovest del Paese) montava un motore di nuova concezione per missili intercontinentali (Icbm). Secondo il dittatore, citato dall’agenzia, si è trattato di un evento capace di “catturare la vista”, e “la prova di tutta la forza nordcoreana al mondo”. Ora gli Usa sono “a portata di tiro”, commenta l’agenzia, che con entusiasmo sottolinea come il regime possa disporre ora di “un’altra forma di attacchi nucleari contro gli imperialisti Usa e altri nemici”.
Tutto questo accade mentre la flotta di Seul continua nelle sue acque, secondo i programmi stabiliti, le esercitazioni congiunte con le unità navali degli Stati Uniti: quando ci si trova ad aver a che fare con vicini non troppo cordiali e oltretutto pericolosi, la cautela non è mai abbastanza.