Egitto, mai dire profeta

Costa cara la menzione ad un ministro

Gianluca Vivacqua
26/03/2016
Dal Mondo
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Ha pagato per una menzione non consentita, anche se generica.

In Egitto il ministro della Giustizia, Ahmed El Zend, ottemperando alla richiesta del primo ministro Sherif Ismail, si è dimesso perché, rispondendo a un giornalista della rete televisiva  'Sada El Balad' ("L'eco del paese"), avrebbe usato in un contesto poco degno la parola “profeta”.

Questo il passaggio oratorio incriminato: “Chiunque commette un reato – aveva detto il ministro nel corso della tele-intervista in cui era invitato a motivare i recenti arresti ordinati in serie ai danni di giornalisti nel Paesedev’essere arrestato, fosse anche un profeta. Altrimenti a che servono le prigioni?” Dunque, una sola parola fuori posto su alcuni episodi di repressione interna nega ad El Zend la possibilità di dirne molte di più, e molto più appropriate, riguardo a questioni rilevanti anche  fuori dai confini nazionali, ad esempio la verità riguardo alla fine di Regeni: solo pochi giorni prima di scivolare nella fatale "buccia di banana" il ministro aveva iniziato a fare importanti ammissioni sul caso.

Va da sé che, in Egitto come in qualsiasi altro paese islamico, dire profeta equivale a evocare immediatamente l’immagine del Profeta per eccellenza (parecchie testate, online e non, ad esempio Agi, il Giornale e La Stampa, probabilmente esagerando, hanno parlato di un riferimento diretto del ministro a Maometto), dunque è una di quelle voci che bisognerebbe utilizzare solo in discorsi seri, e per dire cose serie. Al contrario, lasciarsela scappare con leggerezza equivale a bestemmiare, e si sa che gli islamici, in tema di bestemmie, sono molto meno tolleranti dei cattolici.

Al limite può anche essere ammessa in contesti colloquiali, ma tassativamente a patto che la si faccia seguire da una espressione d’obbligo, “Pace e salute alla sua anima (cioè a quella del Profeta, naturalmente)”. El Zend ha omesso di farlo e stavolta, a salvarlo, non gli è bastata quell’indulgenza che, in precedenti occasioni, gli era già stata accordata essendo nota, negli ambienti governativi del Cairo, la sua fama di gaffeur.

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