Le forze di polizia hanno un sistema di controllo interno mirato a evitare abusi di potere da parte dei suoi membri. Un sistema necessario per tutelare sé stessi e i cittadini dalle “mele marce”. Ma questo sistema sembra essere andato in tilt nel caso di Carmelo Cinturrino, il poliziotto indagato per omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, spacciatore del boschetto di Rogoredo, nella città di Milano.
Stando alle indagini, Cinturrino imponeva il pizzo agli spacciatori della zona per lavorare senza ostacoli. Nel meccanismo estorsivo sarebbe finito anche Mansouri, a cui il poliziotto avrebbe chiesto “duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno”. Le indagini hanno fatto emergere un sistema di protezione del commercio della droga che avveniva in un palazzo popolare. L’accordo tra Cinturrino e Mansouri si sarebbe incrinato, facendo partire la vendetta contro il pusher. La ricostruzione fatta dalla Procura di Milano, mediante perizie, video, testimonianze e tabulati telefonici, ha dimostrato che il delitto di Mansouri è stato un regolamento di conti compiuto dal poliziotto e non una reazione dettata dalla legittima difesa.
Cinturrino avrebbe sparato allo spacciatore alla testa, da una distanza ravvicinata, mentre la vittima parlava al telefono. Nessuna reazione a un pericolo imminente, ma agguato. Un delitto che l’uomo ha tentato di nascondere piazzando una pistola finta accanto al pusher per inscenare che questi lo stesse minacciando con l'arma. Una messinscena aggravata dalla chiamata tardiva ai soccorritori convocati dallo stesso Cinturrino venti minuti dopo la sparatoria, mentre la vittima era a terra agonizzante.
Si è parlato di mela marcia, ma i conti non tornano. Un poliziotto, soprattutto di livello basso, come Cinturrino, è monitorato dai meccanismi di controllo interno. Come è possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Com'è possibile che un singolo agente di polizia sia riuscito a mettere in piedi un sistema criminale e di collusione senza che nessuno se ne accorgesse? Da notare che i poliziotti in servizio non sono mai soli. Escono almeno in coppia. Chi era il collega o i colleghi che andavano con lui a proteggere lo spaccio della droga dietro pagamento di un pizzo? Il sospetto dei magistrati è che c’era un vero sistema di corruzione nel Commissariato di Mecenate.
Resta il sospetto che questa inchiesta sia destinata ad ampliarsi e a svelare un sistema criminale che coinvolge non pochi tutori dell’ordine. Un meccanismo in cui non funziona quel sistema di controllo teso a tutelare i cittadini dalle mele marce. L’impressione è che lo scandalo possa allargarsi ad altri Commissariati, riportandoci al periodo dello scandalo della “Fiamme Sporche” degli anni Novanta. E tutto questo mentre Salvini, dopo aver detto che lui stava con il poliziotto “senza se e senza ma”, adesso dice che in Italia “chi sbaglia, paga”. Speriamo che questa regola varrà anche per quelle mele marce che potrebbero sentirsi autorizzate a fare di più e di peggio con il famoso scudo penale che il governo vorrebbe introdurre.