Dall’Atlantico agli Urali: il ritorno all’Europa dei "due polmoni" nella visione di Wojtyła e lo strappo identitario di Vannacci contro la cecità delle armi

Massimiliano Musolino
12/02/2026
Politica
Condividi su:

C’è un momento in cui la realtà dei fatti deve prevalere sulla narrazione ideologica, e quel momento è arrivato. L'intervento dell'onorevole Emanuele Pozzolo alla Camera dei Deputati non è stato un semplice atto di dissenso parlamentare, ma l'espressione di una "politica alta": quella che, seguendo fedelmente la linea tracciata dal leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, prova a disegnare il futuro di un intero continente oltre la logica delle armi. Si tratta di una visione che rivendica una sovranità di pensiero oggi rara nei palazzi del potere, ponendo al centro del dibattito una citazione che è insieme un programma politico e un monito spirituale, tratta dalle parole che San Giovanni Paolo II pronunciò per scuotere le coscienze di un continente diviso: "Quell'Europa che parte dall'Atlantico e va agli Urali è ancora l'Europa in cui noi crediamo".

È proprio su questo solco che si consuma la distinzione netta, quasi antropologica, tra il gruppo guidato da Vannacci e il resto del centrodestra di governo. Mentre la coalizione di maggioranza si è attestata su una linea di fedeltà atlantica ortodossa — fatta di invio di armamenti e sostegno militare incondizionato — la componente che fa capo a Vannacci decide di rompere l'unanimismo. Questa scelta di campo segna una rottura profonda con gli alleati, basata su un realismo che denuncia il fallimento della strategia finora seguita: foraggiare l'impianto bellico non ha accelerato la pace, ma ha cristallizzato una ferita nel cuore dell'Europa, dissanguando risorse senza avvicinare la fine delle ostilità.

In questo contesto, l’on. Pozzolo si fa interprete della linea stabilita dal suo leader, scardinando il tabù della demonizzazione a oltranza per tornare all'analisi geopolitica pura. La Russia, in questa prospettiva, non può essere considerata un corpo estraneo da amputare, ma un pezzo di quella cristianità europea che oggi sanguina. Guardare alla Russia non come a un nemico eterno da annientare, ma come a un interlocutore inevitabile per una stabilità duratura, è l'unico modo per evitare una spaccatura definitiva che condannerebbe l'Occidente all'irrilevanza. È una distinzione di metodo e di sostanza: laddove il governo si muove sui binari dei trattati militari, il partito Futuro Nazionale guidato dall’europarlamentare Roberto Vannacci invoca la forza della diplomazia.

L'aspetto più profondo di questa proposta risiede nel parallelismo strategico con la millenaria diplomazia della Santa Sede. Il richiamo a San Giovanni Paolo II ne è la chiave di volta: il Papa Santo ammoniva che l’Europa deve tornare a respirare con i suoi "due polmoni", quello occidentale latino e quello orientale bizantino. La linea di Futuro Nazionale riattualizza questo concetto, ricordandoci che senza il polmone orientale l'Europa è destinata all'asfissia geopolitica. Chiedere che l'Italia intervenga presso il Vaticano significa dunque riconoscere che l'autorevolezza morale del Papa e il dialogo tra le Chiese Ortodosse offrono canali che i carri armati non potranno mai aprire. Mentre in Aula risuonano ancora le urla di chi agita spettri del passato o si rifugia in equilibrismi tattici, la sfida di Futuro Nazionale pone una questione di futuro che riguarda le prossime generazioni. Sostenere questa posizione significa credere che la politica sia superiore alla forza bruta e avere il coraggio di dire che la pace non si compra con i miliardi in armi, ma si costruisce con la visione di chi sa che il destino dell'Europa si gioca sulla capacità di tornare a parlarsi attorno a un tavolo, nel solco dei giganti della storia e della fede.

Leggi altre notizie su Notizie Nazionali
Condividi su: