Risparmio gestito o consulente finanziario: quando conviene una o l'altra opzione

26/01/2026
Attualità
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Viviamo in un'epoca di mercati schizofrenici, dove i rendimenti facili del passato sono un lontano ricordo e la protezione del capitale richiede competenze specifiche. La scelta tra affidarsi al risparmio gestito tradizionale o rivolgersi a un consulente finanziario non è solo una scelta tra due prodotti diversi, ma tra due filosofie opposte di gestione del denaro.

Da una parte c'è l'acquisto di un prodotto preconfezionato, dall'altra l'acquisto di un servizio di pianificazione. Capire questa differenza è il primo passo per smettere di essere semplici clienti passivi e diventare investitori consapevoli.

Il modello del risparmio gestito: luci e ombre

Quando entrate in banca o incontrate un promotore di una rete tradizionale, ciò che vi viene proposto rientra quasi sempre nella categoria del risparmio gestito. Ma cosa significa concretamente? In sostanza, delegate la gestione dei vostri soldi a una società (SGR) che li investe attraverso strumenti collettivi, come i fondi comuni di investimento, le polizze assicurative (spesso del tipo Unit-Linked) o le gestioni patrimoniali in fondi.

Sulla carta, sembra la soluzione ideale: date i soldi a dei professionisti e loro si occupano di tutto. Tuttavia, analizzando i meccanismi interni, emergono criticità strutturali che spesso penalizzano il risultato finale per il cliente. Il problema principale risiede nella natura stessa del servizio: è un'industria basata sulla distribuzione di prodotti.

I costi occulti che erodono il rendimento

Il tallone d'Achille del risparmio gestito è la struttura dei costi. Spesso il risparmiatore si focalizza solo sulle commissioni di ingresso (che talvolta vengono "generosamente" scontate dal bancario per far apparire l'offerta più allettante), ignorando le voci che incidono davvero sul lungo periodo. Parliamo delle commissioni di gestione annuali, delle commissioni di performance (spesso calcolate con metodi discutibili) e dei costi di transazione interni ai fondi.

Tutti questi oneri sono riassunti nel TER (Total Expense Ratio), un dato che raramente viene sbandierato durante la vendita. In molti fondi azionari o bilanciati distribuiti in Italia, i costi totali possono superare il 2-3% annuo. Questo significa che, prima ancora di guadagnare un solo euro, il gestore deve battere il mercato di tre punti percentuali solo per ripagare i costi. Una zavorra statistica enorme che spiega perché la maggior parte dei fondi a gestione attiva non riesce a battere il proprio benchmark di riferimento.

Il conflitto di interessi strutturale

Oltre ai costi, c'è il tema dell'indipendenza. La banca o la rete di vendita ha tutto l'interesse a collocare i prodotti "della casa" o quelli di partner commerciali che riconoscono le provvigioni più alte (le cosiddette retrocessioni). Non viene necessariamente proposto lo strumento migliore per il cliente, ma quello più redditizio per l'intermediario. È come andare da un concessionario monomarca: non vi consiglierà mai l'auto della concorrenza, anche se fosse più adatta alle vostre esigenze e costasse meno.

Quando ha senso il risparmio gestito?

Nonostante i limiti evidenti, questa opzione non è da scartare a priori per tutti. Può essere una soluzione accettabile per chi dispone di capitali molto ridotti, dove una consulenza personalizzata non sarebbe sostenibile economicamente, o per chi ha una totale avversione alla gestione delle proprie finanze e preferisce la comodità di avere tutto in banca, accettando consapevolmente di ottenere rendimenti inferiori al mercato in cambio di un servizio "chiavi in mano" e standardizzato.

La figura del consulente finanziario: oltre la vendita

Se il risparmio gestito è un prodotto da scaffale, la consulenza finanziaria dovrebbe essere l'abito su misura. Tuttavia, anche qui è necessaria una distinzione fondamentale che spesso sfugge al risparmiatore medio. In Italia, sotto l'etichetta di "consulente" operano due figure professionali profondamente diverse: il consulente abilitato all'offerta fuori sede (ex promotore finanziario) e il consulente finanziario autonomo (indipendente).

Il primo, pur essendo un professionista iscritto all'albo, lavora su mandato di una banca o di una rete. La sua remunerazione deriva in gran parte dalle provvigioni sui prodotti che vende. Di conseguenza, pur potendo offrire un servizio di assistenza superiore allo sportellista bancario, rimane legato alle logiche commerciali della mandante. Il conflitto di interessi, seppur gestito, rimane presente.

La vera alternativa: il consulente finanziario indipendente

Qui entriamo in un territorio diverso, quello che negli ultimi anni sta ridefinendo il rapporto tra italiani e investimenti. Il Consulente Finanziario Indipendente (CFI) o Autonomo opera secondo un modello fee-only (solo a parcella). Non riceve un centesimo dalle banche o dalle società che emettono gli strumenti finanziari; viene pagato esclusivamente dal cliente.

Questa differenza nel metodo di remunerazione cambia radicalmente le regole del gioco. Eliminando le retrocessioni, si elimina il conflitto di interessi alla radice. Il consulente non ha alcun motivo per consigliare un fondo costoso rispetto a un ETF (Exchange Traded Fund) a basso costo, se non la convinzione che sia tecnico-finanziariamente migliore per il cliente. Nella stragrande maggioranza dei casi, questo si traduce nell'utilizzo di strumenti efficienti che abbattono i costi di gestione anche dell'80-90% rispetto ai fondi bancari.

Trasparenza totale sui costi

Uno degli ostacoli psicologici che talvolta frena i risparmiatori è il dover pagare una fattura esplicita per la consulenza. Con la banca, il servizio sembra "gratuito" perché i costi sono prelevati direttamente dal patrimonio investito. È un'illusione ottica costosa. Se ci si chiede quanto costa una consulenza finanziaria con IoInvesto o con altre società indipendenti, la risposta risiede in una parcella chiara e concordata, che quasi sempre risulta inferiore ai costi occulti pagati implicitamente nei prodotti tradizionali. La trasparenza diventa quindi non solo un valore etico, ma un vantaggio economico diretto.

L'architettura del patrimonio

Il valore aggiunto di un consulente indipendente non si limita alla selezione degli strumenti finanziari. Il vero "alpha", ovvero il valore aggiunto, risiede nella pianificazione patrimoniale a 360 gradi. Un consulente slegato dalle logiche di budget mensili può concentrarsi su aspetti che la banca spesso trascura:

  • Ottimizzazione fiscale: Come compensare le minusvalenze pregresse? Qual è il regime fiscale più vantaggioso per il cliente?
  • Pianificazione successoria: Come trasferire il patrimonio agli eredi minimizzando le imposte e i litigi?
  • Protezione previdenziale: Analisi del gap pensionistico e costruzione di una rendita integrativa reale, non basata su prodotti assicurativi costosi e poco efficienti.

In questo scenario, il portafoglio investimenti è solo uno degli strumenti, non il fine ultimo. L'obiettivo è il raggiungimento dei progetti di vita del cliente, non la vendita del "prodotto del mese".

Finanza comportamentale: il valore del coach

C'è un aspetto spesso sottovalutato che rende l'opzione della consulenza, specialmente se indipendente, superiore al semplice acquisto di prodotti gestiti: la gestione dell'emotività. I dati storici ci dicono che l'investitore medio ottiene rendimenti molto più bassi del mercato non perché sceglie i prodotti sbagliati, ma perché sbaglia il timing. Vende in preda al panico quando i mercati crollano e compra sull'euforia quando sono ai massimi.

Il risparmio gestito tradizionale non offre una vera protezione da questi bias comportamentali. Spesso, anzi, i bancari stessi subiscono pressioni commerciali che li portano a proporre cambi di strategia nei momenti meno opportuni. Un consulente indipendente agisce invece come un coach razionale. La sua fedeltà è verso il piano concordato con il cliente, non verso le esigenze di bilancio della banca. Nei momenti di volatilità, avere un professionista che vi "lega le mani" e vi spiega razionalmente cosa sta accadendo, impedendovi di concretizzare perdite virtuali, vale spesso più di qualsiasi rendimento percentuale.

Verso una scelta consapevole

Il panorama finanziario italiano sta cambiando. Se fino a qualche decennio fa la banca era l'unico interlocutore possibile, oggi la complessità dei mercati e l'erosione dei rendimenti obbligano a valutazioni più attente. Il modello del risparmio gestito tradizionale, con i suoi fondi comuni costosi e le sue gestioni standardizzate, appare sempre più come una soluzione "comoda ma costosa", adatta a chi non vuole occuparsi minimamente dei propri soldi e accetta di lasciare sul tavolo una fetta consistente dei propri guadagni.

Per chi invece possiede un patrimonio che richiede tutela e crescita reale, la strada della consulenza finanziaria, e in particolare quella indipendente, rappresenta l'evoluzione naturale. Non si tratta solo di risparmiare sui costi — aspetto comunque cruciale — ma di riappropriarsi del controllo delle proprie finanze. Scegliere un professionista che siede dalla vostra stessa parte della scrivania, pagato esclusivamente da voi per fare i vostri interessi, è l'unico modo per garantire che ogni decisione presa sia volta esclusivamente al benessere del vostro patrimonio e non a quello dell'industria finanziaria.

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