Con “Distillati”, Gianluca Baggio porta avanti un’operazione letteraria che va oltre l’estetica della forma breve: la trasforma in un atto politico. In un’epoca di eccessi verbali, sovraccarichi narrativi e contenuti bulimici, Baggio opta per la sottrazione. E la sottrazione, qui, è una dichiarazione di intenti. La struttura frammentaria della raccolta non è un esercizio stilistico, ma l’unico modo possibile per raccontare una realtà vissuta a scatti, tra crolli e resurrezioni quotidiane. Ogni “goccia” è un microcosmo, un pensiero che si arresta un attimo prima dell’ovvio, lasciando al lettore lo spazio necessario per continuarlo. È un dialogo interrotto che invita alla partecipazione. Tematicamente, il libro attraversa territori duri: la malattia cronica, la vulnerabilità del corpo, le ombre della mente. Ma Baggio non cede mai al patetismo. La sua scrittura è vigile, asciutta, consapevole. La sofferenza diventa lente attraverso cui osservare il mondo, non un riflettore puntato su di sé. La forza dell’opera sta proprio qui: nella capacità di tenere insieme fragilità e lucidità, dolore e ironia, denuncia e compassione. In questo senso, “Distillati” è un libro che interroga senza risparmiare, che scompone il reale per restituirlo nella sua forma più sincera e imperfetta.
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