L’intervento del vicepresidente statunitense JD Vance sulla guerra in Ucraina è stato più di una dichiarazione politica: è stato uno squillo di tromba che annuncia un cambio di paradigma. Quando Vance afferma che è una “fantasia” immaginare una vittoria ucraina grazie a più armi, più fondi o più sanzioni, non sta soltanto criticando la strategia seguita finora: sta dicendo apertamente ciò che molti governi occidentali pensano da mesi e non hanno il coraggio di dichiarare in pubblico.
Per Washington, la vittoria totale di Kiev non è più un obiettivo realistico. Anzi, nel nuovo quadro delineato dall’amministrazione Trump, l’Ucraina potrebbe presto trovarsi davanti a un ultimatum che ridefinirà il suo destino: accettare un piano di pace americano, modellato sugli interessi strategici globali degli Stati Uniti, oppure affrontare da sola un conflitto che ha già logorato uomini, economia e diplomazia.
La frase con cui Trump ha spiegato la sua filosofia negoziale — “Zelensky dovrà farsi piacere il piano di pace” — è l’essenza del pragmatismo trumpiano. Non una violenza verbale, ma una dichiarazione di metodo: la guerra deve finire, e per farla finire occorre imporre un compromesso, anche duro, anche amaro. È la stessa logica che permise a Richard Nixon di chiudere il capitolo vietnamita nel 1973, attraverso un accordo contestato ma efficace nel riportare a casa i soldati americani e liberare i prigionieri di guerra.
Il parallelo non è casuale. I presidenti repubblicani, da Nixon a Reagan, hanno spesso coltivato una visione geopolitica fondamentalmente realista: negoziare quando conviene, colpire quando necessario, e soprattutto non restare impantanati in conflitti senza via d’uscita. L’idea che la politica estera sia prima di tutto un calcolo di opportunità, non un crociata morale. È in questo solco che Trump si muove senza esitazioni.
Sul terreno, del resto, la situazione non lascia spazio a molte illusioni. Le forze russe avanzano, lentamente ma costantemente, e l’Ucraina fatica a mobilitare nuove reclute. Le scorte occidentali si assottigliano e l’opinione pubblica europea non appare più disposta a sostenere una guerra potenzialmente infinita. Ogni settimana di combattimenti rafforza la posizione negoziale di Mosca, indebolisce quella di Kiev e rende più concreta l’idea di un accordo che congeli la linea del fronte, premiando di fatto l’offensiva russa iniziata nel 2022.
In questo scenario, Trump ha elaborato una promessa rivolta anche all’Europa: nessuna concessione alla Russia sulle frontiere dei paesi europei. Una garanzia che sembra voler superare lo stesso quadro della NATO, trasformando gli Stati Uniti in arbitri diretti della sicurezza del continente. Ma il messaggio implicito è altrettanto potente: l’Europa non è più al centro della strategia americana. È un attore utile, non indispensabile. E soprattutto è un attore che non decide.
La guerra ha portato a un cambiamento quasi epocale nella dottrina militare russa. Per la prima volta nella sua storia moderna — dagli scontri con gli svedesi del XVII secolo alle guerre napoleoniche, fino alla Seconda guerra mondiale — la Russia ha scelto un approccio offensivo immediato anziché l’attesa strategica e la ritirata elastica. È un precedente che modificherà l’equilibrio militare eurasiatico per decenni.
E non è tutto. La Russia emerge dal conflitto con un orizzonte strategico nuovo: l’Artico. La rotta artica, resa più accessibile dai cambiamenti climatici, promette di diventare la corsia commerciale più rapida tra Asia, Nord America ed Europa. E proprio lì, nello stretto di Bering, Stati Uniti e Russia si toccano. È qui che molti analisti intravedono un possibile riavvicinamento tra Washington e Mosca, fondato su interessi condivisi e su un comune desiderio di limitare l’espansione cinese. Per la Russia, affrancarsi dalla dipendenza economica e tecnologica della Cina sarebbe un vantaggio. Per gli Stati Uniti, rompere il blocco russo-cinese sarebbe un trionfo geopolitico.
Se ciò accadesse, l’Europa sarebbe la grande esclusa. Senza una politica estera autonoma, senza una difesa integrata e con un Mediterraneo sempre meno strategico, il Vecchio Continente rischierebbe di diventare spettatore delle grandi manovre globali. Gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio dalle risorse ucraine e da una Russia più cooperativa; Mosca otterrebbe sicurezza e nuovi spazi economici; la Cina perderebbe un alleato prezioso. E l’Europa? L’Europa resterebbe in mezzo al guado, né abbastanza forte per contare, né abbastanza unita per influenzare.
Il realismo brutale di Vance e Trump non è soltanto un cambio di tono: è l’annuncio che una stagione geopolitica si sta chiudendo. L’era in cui l’Occidente sosteneva l’Ucraina in nome di principi astratti lascia il posto a una fase in cui prevalgono gli interessi nudi e crudi delle grandi potenze. L’Ucraina, suo malgrado, scopre che la guerra non la decide più da sola. E forse, nel nuovo ordine mondiale che si sta delineando, nemmeno l’Europa.